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E
la morte, vista come una delle sofferenze
maggiori che si possono trovare ad affrontare
due genitori, sarà il tema centrale di tutta la
vicenda. La stanza del figlio è una
riflessione sul dolore, è l'opera di un uomo
che dimostra di aver raggiunto una piena maturità
psicologica ed artistica.
è
un film morettiano nel senso che non rinnega
tutto ciò che lo ha preceduto e ne è lo
sviluppo coerente. Non è un film morettiano
perché privo dei capricci e dei vezzi, delle
battute e degli effetti ritenuti propri del suo
stile da molti ammiratori,
dell'autocompiacimento e dell'autocitazionismo
che hanno fatto la fortuna degli ultimi due
film.
Come
ogni film di Nanni anche questo è ricco di
spunti di riflessione e di pensiero, di incastri
e di doppi fondi che evidenziano il grande
lavoro che sta dietro al risultato e che si
prestano a riletture rivelatrici. Quel che manca
è la dimensione sociologica e politica, ogni
tentativo di generalizzare sulla condizione
giovanile e adolescenziale è scoraggiato, le
ricette per interpretare la presunta aridità
dei ragazzi d'oggi e spiegare perché i figli
ammazzano i genitori neanche l'ombra.
Il
film, avaro di battute semplici e facilmente
memorizzabili, ha però delle scene bellissime e
dei momenti elevati che culminano in un finale
sospeso e ragionevolmente possibilista verso il
buonsenso secondo cui la vita continua. La
recitazione è la novità più forte: mai
avevano avuto tanto spazio gli altri e mai il
risultato era stato così alto. Adolescenti
indovinatissimi anche nel loro corrispondere
all'idea morettiana di pulizia, ma senza
diventare finti.
Compagnia
molto affiatata quella dei pazienti e di tutti
gli altri comprimari. Bravissima Laura Morante
che ha creduto al film e al suo personaggio e
non sbaglia una sfumatura. E non era facile in
un film così inondato dalle lacrime, palpitante
e fortissimo. |