Hugo, figlio del coach e
giocatore nella squadra scolastica, è invidioso
di Odin e trama alle sue spalle. Hugo
sottilmente riesce ad insinuare il dubbio in
Odin che Desi lo tradisca con Micheal, nel
momento in cui Odin crede di averne la certezza,
nulla riesce a trattenere il suo furore.
Ambientato
in una scuola di élite nel Sud degli Stati
Uniti, il regista sceglie come campo d'eroismo
non le battaglie ma la pallacanestro, e non
risparmia nulla della cosiddetta problematica
giovanile: violenza, razzismo, discoteca, coppie
interrazziali, conflitto con i genitori,
compagni di stanza, droghe (specialmente
steroidi e cocaina), l'amore adolescenziale
contrastato dalle famiglie, la sete di potere di
una moglie insoddisfatta, il dramma di un padre
tradito dalle proprie figlie. Sono archetipi
della cultura occidentale, buoni per ogni epoca
e per ogni spettatore.
La gelosia, poi… Cosa
c'è di più universale della gelosia. Allora:
prendiamo Otello, ambientiamolo in un college
americano, sostituiamo i campi di battaglia con
quelli da basket aggiungiamo un pò di droga e
di conflitto razziale, accompagniamo il tutto
con della sana musica rap. Ovviamente il testo
originale va cambiato per adeguarlo ai tempi, ed
alcuni personaggi aggiunti o trasformati per
costruire un'adeguata struttura drammaturgica.
Ma a questo punto ci si chiede: e Shakespeare?
Dove è finito? Tutto è emotivamente
semplificato, recitato con solennità
irragionevole, raccontato nel modo ingenuo e
ovvio dei film per ragazzi (un confronto
emblematico tra colombi innamorati e falchi
aggressivi viene ostentato come una finezza):
forse non c'era bisogno di ricorrere a
Shakespeare per una simile storia di invidia,
gelosia, tradimento.