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Panic room

(di D. Fincher con J. Foster e F. Whitaker)

 

 

Meg Altman, una donna sulla trentina divorziata con una figlia, vive in una grande casa a Manhattan appena acquistata. Quando tre ladri vi entrano per rubare, Meg si rifugia con la figlia all'interno della panic room, una stanza inventata per trovare rifugio in caso di pericolo. La panic room è proprio dove i ladri cercano il bottino. 

 

Non le delude Panic room: un film "a formula", se si vuole, un saggio di claustrofobia che sembra fatto per esplorare tutto il repertorio del classico thriller, però di un'efficacia diabolica. La suspence ha delle brusche cadute di tono nella prima parte, a causa anche di alcune scelte stilistiche poco felici.

 

Chi non ha visto tanti thriller rimarrà colpito. Chi bazzica il genere per passione non avrà difficoltà a capire che l'operazione altro non è che un curato esercizio di stile in cui "tutto deve andare come deve andare". A migliorare il tutto ci pensano Jodie Foster e Forest Whitaker, coppia a distanza di grande efficacia, e il crescendo della seconda parte del film.

 

In una famosa conversazione tra Hitchcock e Truffaut, il maestro del brivido svelò una delle più importanti ricette del thriller: quanto più numerose sono le avversità che si addensano sul percorso del protagonista, tanto più lo spettatore si identificherà con esso.

 

Non importa quanto ciò possa essere verosimile o probabile, il pubblico sarà coinvolto dalla tensione prima di chiedersi se sia o meno credibile ciò che accade sullo schermo. è una ricetta che può aiutare a capire il grande successo di questo film.

 

 

 

 

 

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