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Crede
nell'onestà e nel duro lavoro; ma le grane non
gli mancheranno, a partire dall'incontro con un
pistolero minorenne per arrivare a quello con
Alejandra, la bella figlia del suo datore di
lavoro messicano di cui s'innamora, riamato.
S'intende che il ricco Don Hector, barone del
bestiame all'antica, non può sopportare
l'unione tra la sua rampolla e un gringo
spiantato.
Il
Mito della Frontiera è al centro della vicenda
raccontata in Passione ribelle e ancor
prima del romanzo da cui il film è stato
tratto, il best seller "Cavalli
selvaggi" di Corman McCarthy, primo
capitolo di una "Trilogia della
Frontiera" completata successivamente con
"Oltre il confine" e "Città
della pianura". Gli altri ingredienti sono
quelli del classico romanzo americano di
formazione: il senso dell'amicizia, la lealtà,
l'onore, la perdita dell'innocenza, ovvero il
rito di passaggio verso l'età adulta.
Per
il regista Billy Bob Thornton, al suo secondo
film, il romanzo di McCarthy è il
pretesto per esprimere la nostalgia di un mondo
duro e puro e dei paesaggi immacolati e selvaggi
del grande cinema western. Senza dimenticare i
cavalli, selvaggi e non, attorno ai quali ruota
parte della vicenda raccontata e che sono
protagonisti anche di una delle scene più belle
e spettacolari del film, in cui i due giovani
cowboys devono domarne ben sedici in tre giorni
sotto gli occhi stupiti ed ammirati dei
contadini messicani.
Un
elogio particolare merita lo sceneggiatore Ted
Tally che ha saputo dosare sapientemente
avventura e romanticismo (la storia d'amore non
è così centrale come sembra alludere
ambiguamente il titolo italiano), contenendo i
dialoghi fino alla laconicità e lasciando
spazio ai rumori naturali e alle sonorità della
partitura del musicista country Marty Stuart.
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