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Pearl
Harbor un film nato dopo una durissima battaglia
sul budget tra Bruckheimer e la Disney e, a
dispetto di errori di ricostruzione storica e
polemiche da parte di americani di origine
giapponese, è un ciclopico strumento di
spettacolo che fa leva su due luoghi
irrinunciabili nel cinema: amore e guerra.
è,
infatti, un film postmoderno, malgrado il
tono vecchio stile, le frasi retoriche e le
battute che lo spettatore smaliziato è in grado
di anticipare a colpo sicuro, perché, più che
di regia, è un film di produzione e perché
mischia i generi equilibrandoli e compensandoli
con la bilancia: il dramma sentimentale e la
commedia, il film di guerra e il "disaster
movie", il film medico e la soap opera
televisiva.
La
perizia e la tecnica con cui sono state
ricostruite le scene di battaglia e gli
avvincenti duelli aerei spingerebbero a
soprassedere sulle inesattezze storiche, le
fughe dall'attendibilità, le impennate di
retorica, le immancabili battute stupide alle
quali gli americani non rinunciano nemmeno in
punto di morte.
Ma
forse non bastano lo spettacolo (della
distruzione) e le intrigante banalità della
storia d'amore per costringere la gente a
guardare il film per quasi tre ore. Motivo per
cui il film negli Usa ha faticato a
"decollare" nei primi giorni di
programmazione (per poi viaggiare a pieno
regime). Motivo per cui questo kolossal di
sicuro successo in Italia forse faticherà a
catturare l'attenzione degli spettatori in cerca
d'emozioni ma senza l'alibi del patriottismo
americano.
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