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Notissima agli
spettatori della tv, dopo qualche particina sul
grande schermo Luciana Littizzetto debutta come
protagonista assoluta di Ravanello pallido,
in cui traccia la sua propria biografia di donna
non bella ma sagace, per dimostrare la
possibilità di essere normali. Butta a mare le
sue alter ego, le sue battute scurrili (e
spesso deliziose) per calarsi ambiziosamente in
una storia che ha un inizio ed un epilogo, che
ambisce ad avere un suo spessore.
è
questo, il pregio e allo stesso tempo il limite
del film. Il quale è una satira dell'ambiente
dello show business italiano ben scritta e ben
recitata ma incardinata su una mitologia
cenerentolesca, quella di My Fair Lady e
di Pretty Woman, che è difficilmente
rinnovabile. Le gag lasciano il posto alla
commedia, le battute sono rade e prive della
solita triviale efficacia e la noia, in
situazioni più realistiche che divertenti, è
sempre in agguato.
Luciana Littizzetto è brava
e simpatica, ma è sicuramente più adatta al
ruolo di woman show televisivo che alla
recitazione cinematografica. Quando si esibisce,
solitamente, ci regala gustosi bozzetti della
nostra società maschilista e ipocrita,
rivelando con brio e gustosa scurrilità le
segrete coordinate del pensiero femminile. Qui
invece, adattata al cinema e incanalata nei
limiti di un personaggio che vuole essere
macchiettistico e realistico al tempo stesso, la
comica torinese finisce con l'apparire
"dimezzata": un pò pungente, un pò
tenera, un pò agguerrita e un pò indifesa.
Alla fine è proprio lei a non convincere, o,
meglio ancora, è il personaggio che le viene
cucito addosso il vero punto debole della
pellicola. Prova ne è il fatto che, solo quando
la protagonista, Gemma, viene a trovarsi a
proprio agio davanti alle telecamere, la
Littizzetto fa ridere di gusto. |