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La convocazione

(di John Grisham - Mondadori 2002)

 

 

Ray Atlee, 43 anni, professore di legge all'università della Virginia, divorziato da poco (la moglie lo ha lasciato per l'uomo più ricco e potente della città) riceve una lettera dal padre, giudice stimato e severo di Clanton, una piccola cittadina del Mississippi. Il vecchio, ammalato di cancro, lo ha convocato per discutere la sua eredità insieme al fratello Forrest, la pecora nera della famiglia, alcolista e tossicodipendente.

 

 Ray si reca all'appuntamento e trova il vecchio padre morto sul divano. Mentre aspetta il fratello nella vecchia casa di famiglia per decidere cosa fare, scopre nello studio del padre un mucchio di scatole zeppe di dollari. Da dove vengono questi soldi? E chi è al corrente di questa considerevole fortuna?

 

Come spesso avviene nei romanzi di John Grisham si focalizza, quindi, una trama plutocratica, incentrata su una quasi ossessiva presenza della ricchezza; agognata, temuta, rispettata, invidiata. Il manicheismo di John Grisham si delimita sul valore etico del denaro, su un feticismo goffo ed un’ostentazione grottesca, assunti come icone di una società spietata e pencolante.

 

La convocazione non regge perché è un thriller che somiglia troppo ad una fiaba, ma soprattutto perché ha il sapore di quei cibi precotti che promettono nausea sotto splendide confezioni. I personaggi e le loro azioni appaiono asettici, senza anima e sangue. Non si riesce nemmeno ad immaginarseli: sono alti, bassi, grassi, belli o brutti? La loro non appare come vera sofferenza, assomigliano ad attori che recitano con professionalità un copione ben scritto ma non sentono gli odori, non guardano le donne con vero interesse, non sono nemmeno sufficientemente buoni o cattivi.

  

 

 

 

 

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