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La repubblica delle banane

(di Peter Gomez e Marco Travaglio - Editori Riuniti 2001)

 

 

Sul finire della campagna elettorale, all'avvicinarsi della vittoria berlusconiana, quando i giornali di mezza Europa si accanirono sulle presunte ombre legali del Cavaliere e del suo madornale conflitto d'interessi ancora da risolvere, il senatore a vita Giovanni Agnelli acquietò le polemiche intorno alla possibile "dittatura" della destra al potere, sostenendo che l'Italia «non è una repubblica della banane».

 

In tutta risposta i giornalisti Peter Gomez e Marco Travaglio hanno realizzato il presente volume analizzando con acida arguzia, da destra a sinistra, gli affari e i malaffari di 30 illustri esponenti della classe dirigente italiana accertati e raccontati dai giudici con mandati di cattura, rinvii a giudizio e soprattutto sentenze.

 

Andreotti ha mentito ai giudici almeno ventitré volte: era amico di vari mafiosi, incontrò un boss a quattr'occhi e Sindona latitante. Berlusconi ha giurato il falso sulla P2, corrotto la Guardia di Finanza e imbottito Craxi di miliardi illegali. Martelli le tangenti le intascava, ma le pagava pure, per il tonno Nostromo nelle mense scolastiche.

 

Pomicino faceva pagare agli imprenditori persino i suoi voti alla Madonna. Bossi, De Michelis e La Malfa sono pregiudicati per la maxitangente Enimont. Romiti lo è per falso in bilancio. Dell'Utri e Biondi per frode fiscale. Sgarbi è un truffatore dello Stato: alla Soprintendenza di Venezia, in tre anni ha lavorato tre giorni. D'Alema ha preso soldi sottobanco da un imprenditore legato alla malavita. E poi Bassanini, Benvenuto, Carra, Bobo Craxi, De Carolis, Formigoni, Loiero, Montezemolo, Occhetto, Tognoli, Visco, Vitalone.

 

I due autori hanno dimostrato con una narrazione esatta, incalzante e puntigliosa che la legge, qui da noi, non è uguale per tutti. La paura più grande non sta nell'accettare che il nostro paese sia o non sia questa fantomatica repubblica delle banane, instabile e corrotta, ma nel trovarsi di fronte un futuro in cui la storia d'Italia sarà scritta, anziché in Parlamento, nelle Procure.

 

 

 

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