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Canzone per un povero ragazzo

(di Patrick Galvin - Ponte alle Grazie 2001)

  

 

Cork, Irlanda, anni Trenta. Il molo è nero di emigranti in attesa del transatlantico per l’America. Le chiese traboccano di fedeli istigati dal pulpito a parteggiare per i franchisti cattolici nella Spagna dilaniata dalla Guerra civile. Patrick Galvin ha nove anni, è nato poeta e impara subito che la vita è un rebus.

 

A cominciare dalla famiglia (zie timorate di Dio che scappano con il circo; cugine che da pescivendole si trasformano in pesci). Per proseguire con la scuola: Frate Reynolds, che è lettore coatto di Wilde e deve aver fatto suo il motto che «ogni uomo uccide le cose che ama», lo applica ai suoi amati studenti che riempie di bastonate.

 

Per fortuna a istillare il piacere della lettura c’è il signor Goldman, l’ebreo che vive in una casa così piena di libri che non c’è più spazio per i mobili. Anche il lavoro dà poche soddisfazioni. L’esperienza come fattorino di macelleria finisce all’ospedale e quella al mattatoio termina il primo giorno di lavoro. Per fortuna va un pò meglio come aiuto capo proiezionista al pidocchioso cinemino locale.

 

Sarà lì che Patrick troverà anche l’amore (per Ann Sheridan, che sposerà così segretamente che neanche lei lo saprà mai).  Forse non è tutto vero in questo "amarcord" irlandese in cui a tratti il racconto autobiografico ha l’atmosfera stralunata del sogno.

 

Ma, come spiega Galvin, un poeta è per definizione un uomo che racconta bugie – solo che lo fa con poche parole e con stile. E Patrick Galvin, anche quando scrive in prosa, è un poeta di grande stile.

 

 

 

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