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In
Color lucciola la sua capacità narrativa
rimane innegabile, mentre l'impalcatura della storia
si fa ancor più solida e sicura. Aleté, con la sua
strana bellezza, porta con sé un dono maieutico che
somiglia pericolosamente ad una maledizione: la sua
sola presenza evoca la verità, aiuta i tormentati, i
dubbiosi, i reticenti a dire la verità su se stessi e
sugli altri.
Confidando
in questa virtù arcana, due genitori le chiedono di
aiutare il figlio Paolo/Orfeo la cui intelligenza si
è chiusa da tempo in un silenzio scontroso e
misterioso. In realtà Paolo/Orfeo è uno scrittore e
sta finendo un romanzo. Dal momento in cui Aleté gli
si avvicina, nasce un gioco affascinante di
parallelismi fra vicende vere e vicende raccontate,
fra personaggi d'invenzione (Sofia e Ruggero) e
personaggi reali, Aleté e Orfeo.
Un
complesso rapporto tra le varie figure sfocia in un
dramma finale (non è possibile strappare alle tenebre
l'amato senza un sacrificio rituale) che è sia
tragedia che commedia, come nella migliore tradizione
classica.
Forse
da un'autrice di ventiquattro anni potremmo aspettarci
una maggior ricerca linguistica, ma anche questa è
quasi certamente una scelta. Meglio una narrazione
piana e un linguaggio tradizionale e sicuro per
spingere sul pedale del sentimento più che su quello
della ricerca e della sperimentazione. |