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Digiunare, divorare

(di Anita Desai - Einaudi 2001)

  

 

Due culture diverse poste a confronto attraverso il cibo. Un'estesa famiglia indiana, composta di zie strambe e cugini inetti, ha i suoi opposti nelle sorelle Uma e Aruna. La prima, più anziana, oppressa dal devoto stuolo di parenti, ancora non riesce a lasciare il nido e guarda con disappunto la minore che, impalmato il rampollo giusto, va costruendo una famiglia perfetta.

 

La scena si sposta in Massachusetts: là il figlio di Aruna osserva, pieno d'incredula nostalgia, la sconcertante vita della famiglia Patton dove gli uomini si abbuffano di carne e le donne sono tutte anoressiche. A confronto due diversi mondi: il cuore compatto e soffocante di una famiglia indiana e la gelida, indifferente libertà di un nucleo familiare americano.

 

Può risultare quasi esasperante questo romanzo della Desai. Presenta una situazione arcaica, in cui la donna non ha potere decisionale, è sottoposta ai voleri del padre, deve sottomettersi al marito, costituisce per la famiglia un peso più che una gioia. Una donna che non deve necessariamente studiare, anzi che è meglio che non lo faccia se questo comporta eccessivi spostamenti o la frequentazione di ambienti differenti da quelli di origine per cultura e religione. 

 

Centro della famiglia, sole attorno al quale ruotano tutti i parenti, è il padre. È necessario piegarsi al suo volere, seguire le sue decisioni, anche quando riguardano sfere intime dell'esistenza come la scelta di un marito, la possibilità di frequentare un'amica o di studiare in un'altra città. 

 

Per la mentalità occidentale è difficile comprendere questo atteggiamento, così come è difficile capire come generazioni e generazioni di donne possano tramandare con convincimento una visione così intensamente maschilista e patriarcale della vita. Ma, superato l'impatto forte di questa cultura, l'autrice accompagna il lettore sull'altra sponda dell'oceano, dove, malgrado la presunta libertà, la situazione è paradossalmente simile.

  

 

 

 

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