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Il seppellitore di bambole

(di Petra Hammesfahr - Longanesi 2001)

 

 

Petra Hammesfahr è una donna molto determinata. Scrive da circa trent'anni, ma solo una decina di anni or sono è riuscita a pubblicare il suo primo racconto, uscito su una rivista assolutamente "anomala", ma che ha dato spazio a molti dei migliori autori del Novecento: Playboy. Da lì è nata la sua fortuna editoriale.

 

In Italia ancora non ne conosciamo la produzione, che include esclusivamente thriller, perché Il seppellitore di bambole è il primo romanzo tradotto nella nostra lingua, ma l'esordio sembra essere quanto mai promettente. In un paese non ci sono segreti. Odi mai sopiti, rivalità in amore, colpe del passato ed errori del presente. Tutto è di pubblico dominio; vizi e virtù di ciascuno salgono quotidianamente sul banco degli imputati, giudici le malelingue.

 

Così non è un segreto per nessuno che il figlio degli Schlösser, Ben, un ragazzone di ventidue anni con il quoziente intellettivo di un bambino, scorrazza giorno e notte per i campi di granoturco, sempre munito di binocolo, pala pieghevole e coltello, alla ricerca di cose perse o abbandonate. Non è un segreto per nessuno che a Ben piacciono soprattutto le bambole: ama farle a pezzi e poi seppellirle chissà dove. Una passione insolita, imbarazzante per i suoi genitori, ma da tutti tollerata. Nessuno comunque lo ritiene pericoloso.

 

Fino all'estate del 1995. Quando, misteriosamente, una dopo l'altra, cominciano a scomparire belle ragazze bionde. E la madre di Ben, Trude, teme con ansia l'arrivo di ogni nuova notte, perché sempre più spesso il figlio resta fuori sino all'alba e, anziché mazzi di cardi e ossicini di topo, le porta «in dono» brandelli di stoffa insanguinata. Il seppellitore di bambole è un thriller psicologico in cui l'orrore assume i contorni della quotidianità e la suspense cresce in modo irresistibile sino al colpo di scena finale.

 

Petra Hammesfahr riesce a ricreare alla perfezione l'atmosfera claustrofobica di una piccola comunità e a descriverne la paura nei confronti di tutto ciò che viene considerato «diverso», in un Paese, la Germania, che ancora si ritrova a fare i conti con il suo passato più buio: gli anni del nazismo.

   

 

 

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