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Fisico
atletico, battuta pronta, Cervo Bianco ha lavorato nel
cinema con Rodolfo Valentino, è mondano, galante, si
intende di tutto, ed esprime la sua gioia di vivere con
sonore risate. Le sue più accese sostenitrici sono due
nobildonne austriache d'antico lignaggio, madre e figlia,
che lo ospitano in una villa nei pressi di Trieste e se ne
contendono i favori in un gioco che si fa via via più
sottile e crudele. Ma è l'ltalia intera ad infiammarsi
rapidamente per lui.
Il capo indiano non fa sognare soltanto
i lettori di Salgari, abbacinati dallo sfarzo
dell'abbigliamento esotico. La sua generosità si rivela
presto inesauribile e spettacolare: benefica centinaia di
poveri, di orfani, di reduci; dispensa mance favolose, si
proclama ammiratore e sostenitore del fascismo attraverso
cospicue donazioni. Ad ogni tappa di una tournée trionfale
(da Venezia a Fiume, da Bari a Napoli, dalla Riviera ligure
a Firenze) lo attendono folle in delirio, in cui si
ritrovano fianco a fianco nobili e popolani, «maschiette»
e generali, alti prelati e camicie nere, giornalisti e
autorità. Mussolini lo riceve a Palazzo Chigi.
Ma chi è
veramente quest'uomo? Un eroe, un filantropo, un mitomane,
un seduttore, un imbroglione? Severino, il giovane
segretario del «principe» indiano, e testimone
privilegiato di quei mesi turbinosi, prova a darsi una
risposta sulla scorta di lettere, diari, memoriali, ritagli
di giornale e dei suoi stessi taccuini.
Ernesto
Ferrero trasforma un mirabolante fatto di cronaca in un
romanzo corale, gremito di una folla di personaggi (tra i
quali compaiono a sorpresa anche il poeta milanese Delio
Tessa e il musicologo Massimo Mila). Tra esaltazioni
collettive e intrecci amorosi, viaggi frenetici e balli
sfarzosi, castelli e idrovolanti, la trama di questa vicenda
pirandelliana finisce per far emergere il volto segreto di
una intera società. La «resistibile ascesa» di Cervo
Bianco diventa lo specchio di un'epoca, della sua fragilità,
della sua fame di maschere, di finzioni, di sogni.
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