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La morte di Dinah

(di Emmanuel Bove - Casagrande 2001)

 

 

Emmanuel Bove è morto da più di cinquant'anni, eppure solo negli ultimi tempi la sua capacità di narratore è davvero apprezzata. Molti romanzi di questo scrittore, infatti, sono stati tradotti di recente in diverse lingue forse perché la semplicità della sua scrittura, le storie di povertà e di solitudine raccontate sono in perfetta sintonia con la sensibilità e il gusto contemporaneo.

 

Con un ritmo serrato caratterizzato da frasi asciutte e dialoghi scarni, il racconto propone un potente crescendo di disperazione in cui la linearità della prosa contrasta con la complessività psicologica dei personaggi. Il protagonista, Jean Michelet, è un imprenditore parigino costretto al cinismo dalle delusioni della vita. 

 

Quando però riscopre un barlume di solidarietà e di amore, cerca di salvare la piccola Dinah costretta dalla tubercolosi in una casupola malsana situata a pochi passi dalla sua villa. Il romanzo sembra, quindi, essere diviso in due parti: nella prima è descritta la giovinezza e quella parte di vita del protagonista che lo ha condotto al benessere economico e all'arida noia che caratterizza la sua persona, rispettabile ma priva di emozioni e di sentimenti; nella seconda la madre di Dinah, al colmo della disperazione e in una situazione di miseria che le impedisce di curare la piccola malata ormai vicina alla morte, ricorre a Jean Michelet, il suo vicino di casa. 

 

Inizialmente l'egoismo prevale, ma un sentimento di riscatto s'insinua nel ricco imprenditore, un desiderio di riportare giustizia e di vendicare le offese, la volontà di essere un angelo salvatore, un uomo nuovo e sensibile: troppo tardi però, la morte di Dinah è per lui anche la fine dell'illusione di un cambiamento.

 

L'amarezza del romanzo nasce dalla spietata descrizione della miseria morale a cui la ricchezza spesso conduce e alla visione della solitudine a cui relega implacabilmente la povertà. 

 

 

 

 

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