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Le tartarughe

(di Veza Canneti - Marsilio 2000)

 

 

Nell'immagine delle tartarughe si nasconde la tragica metafora di esseri umani costretti a nascondersi, a trincerarsi dietro una corazza di pensieri e sentimenti inespressi, a sfuggire a un nemico sempre in agguato e più minaccioso. Sono gli ebrei viennesi che il nazismo ha condannato all'isolamento e poi alla morte. 

 

Solo alcuni di essi si sono salvati, quelli che hanno avuto la capacità di trasformarsi in ombre inconsistenti e fuggire in tempo. Lo sradicamento ha comunque conseguenze pesanti sull'esistenza di un essere umano, specie se fragile, emotivamente già compromesso. La tartaruga si difende da questo perenne esilio portandosi appresso la propria casa, la propria "patria"; gli ebrei portano la propria cultura, la fede, una forza che sembra incrollabile e che li ha accompagnati nel loro eterno peregrinare.

 

La storia, dal sapore fortemente autobiografico, racconta le vicende di una coppia ebrea negli anni Trenta a Vienna: Eva e Andreas. La città diventa velocemente ostile nei loro confronti, pericolosa. L'incubo della deportazione è vicino e quando li sfiora, colpendo il fratello di Andreas, li convince che è giunto il momento della fuga. Ripareranno in Inghilterra, come i Canetti. Perché anche a Veza ed Elias la sorte ha riservato la fuga a Londra e l'esilio. 

 

Un'esperienza traumatica per Veza, una donna sensibile la cui figura e la cui opera è stata inevitabilmente relegata in secondo piano rispetto a quella "mastodontica" del marito Premio Nobel. Una testimonianza delle doti narrative dell'autrice e della sua malinconica e drammatica capacità di descrivere l'infelicità umana. Purtroppo una delle poche opere sopravvissute alla crisi depressiva che la colpì nel 1956 e la indusse a distruggere molti dei suoi manoscritti.

 

 

 

 

 

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