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Solo alcuni di essi si sono salvati, quelli che
hanno avuto la capacità di trasformarsi in ombre
inconsistenti e fuggire in tempo. Lo sradicamento ha
comunque conseguenze pesanti sull'esistenza di un essere
umano, specie se fragile, emotivamente già compromesso. La
tartaruga si difende da questo perenne esilio portandosi
appresso la propria casa, la propria "patria"; gli
ebrei portano la propria cultura, la fede, una forza che
sembra incrollabile e che li ha accompagnati nel loro eterno
peregrinare.
La storia, dal sapore fortemente
autobiografico, racconta le vicende di una coppia ebrea
negli anni Trenta a Vienna: Eva e Andreas. La città
diventa velocemente ostile nei loro confronti, pericolosa.
L'incubo della deportazione è vicino e quando li sfiora,
colpendo il fratello di Andreas, li convince che è giunto
il momento della fuga. Ripareranno in Inghilterra, come i
Canetti. Perché anche a Veza ed Elias la sorte ha riservato
la fuga a Londra e l'esilio.
Un'esperienza traumatica per
Veza, una donna sensibile la cui figura e la cui opera è
stata inevitabilmente relegata in secondo piano rispetto a
quella "mastodontica" del marito Premio Nobel. Una
testimonianza delle doti narrative dell'autrice e della sua
malinconica e drammatica capacità di descrivere l'infelicità
umana. Purtroppo una delle poche opere sopravvissute alla
crisi depressiva che la colpì nel 1956 e la indusse a
distruggere molti dei suoi manoscritti.
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