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Sulla
Camera del lavoro sventolano le prime bandiere rosse e per
le strade si sentono gli scoppiettii delle automobili
prodotte da una certa Officina Fiat. L'Italia a cavallo tra
la fine dell'Ottocento e gli inizi del nuovo secolo, con la
gioia e la paura per le incognite che il Novecento avrebbe
riservato.
Comincia
così l'avvincente storia di un secolo che non c'è più.
La racconta, in forma di memorie che hanno la forza di un
grande affresco romanzesco, proprio quel ragazzo di Torino
che nel 1946, quando comincerà a scriverle, sarà ormai
diventato un ingegnere che ha contribuito alla
modernizzazione del Paese: ha ultimato la costruzione del
Lingotto, ha realizzato la Vetrocoke di Porto Marghera e
Mirafiori, ha progettato autostrade, edificato nuovi
quartieri cittadini, e fatto nascere dal nulla stazioni
sciistiche come il Sestriére.
In
mezzo c'è stata la prima guerra mondiale, la sanguinosa
cesura tra vecchio mondo e modernità. E c'è stato il
fascismo, retorico, trombone e repressivo, con cui però
hanno dovuto confrontarsi quelle forze economiche che
stavano trasformando la nazione. Fra gli altri, il senatore
Giovanni Agnelli con il quale l'ingegner Bonadé Bottino ha
collaborato per un quarto di secolo.
Il
romanzo racconta, dunque, la vita di un borghese
"illuminato", forse un pò individualista in un
tempo in cui l'impegno politico poteva sembrare
indispensabile.
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