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Ancora
ragazza, si veste da uomo, è libera di girare da
sola, non frequenta alcuna scuola: è il padre a
impartirle lezioni e soprattutto a insegnarle il
greco, il turco, l'arabo. Quando a diciannove anni
Isabelle inizia una fitta corrispondenza con Abou
Naddara, un professore egiziano che insegna a Parigi,
la sua conoscenza della lingua e della cultura arabe
è già straordinaria, e quando nel 1897 giunge per la
prima volta in Africa, insieme alla madre, la sua
infatuazione per la vita e il paesaggio africani, e
soprattutto per il deserto, è totale.
Assume un nome
arabo, diviene musulmana, cerca in tutti i modi di
vivere in Africa, e si considererà sempre in esilio
quando le autorità francesi o le difficoltà
economiche la costringeranno a rientrare in Europa. I
suoi atteggiamenti costituiscono un'aperta sfida
all'establishment coloniale: alla morte della madre
Isabelle va a vivere con Slimène, un sottufficiale di
origine araba, seguendone gli spostamenti fino a
Marsiglia, dove i due si sposano. Il matrimonio non
significa però in nessun senso una sistemazione:
Isabelle continuerà una vita sentimentale intensa ed
estrema, costellata da fughe, ripulse, separazioni.
Le
sue infatuazioni per qualche indigeno del deserto le
dettano pagine non meno intense di quelle ispirate
dalle sue visite a santi, eremiti e marabutti, in una
commistione di ascetismo religioso e sensualità
decadente. Quando muore travolta da un'inondazione ad
Ain Sefra, nel 1904, i soldati francesi trovano fra le
sue carte le pagine di folgorante bellezza degli
ultimi racconti.
Da quel momento ha inizio il mito di
Isabelle Eberhardt: questo libro lo documenta e ne
percorre le tappe dalla nascita, offrendo nel contempo
una rigorosa biografia e una scelta suggestiva dei
testi più affascinanti di un personaggio che il
lettore difficilmente dimenticherà.
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