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Un episodio
cruciale della sua esistenza che solo oggi, a distanza
di tempo e con una serenità riconquistata, riesce a
ricostruire nelle pagine scritte senza farsi
travolgere dalle emozioni, facendo invece di questa
dolorosa esperienza un esempio per molti di temerarietà,
di forza d'animo e di voglia di vivere.
«Non saprei
dire esattamente perché ho raccontato questa storia,
che è la mia storia e quella di chi mi è stato
vicino e ha vissuto con me tutte le vicende narrate e
anche quelle non narrate, un pò per mancanza di
memoria, un pò perché alcune storie è giusto che
restino dove sono: in una stanza chiusa. So di aver
provato molte volte a scrivere questa storia e di non
esserci mai riuscita. Poi, improvvisamente, alcuni
mesi fa, ho sentito che il momento era giunto (...)».
La Garlaschelli chiede a se stessa il perché non solo
di questo libro, ma anche del suo scrivere in
generale. Uno degli elementi che più colpisce di
questo intenso libro è, senza dubbio, la carica di
affetti che ha sempre accompagnato la scrittrice anche
nei giorni più bui. In primo luogo i genitori che non
hanno mai smesso di incoraggiarla, di accudirla e di
starle vicino; poi gli amici di scuola che non hanno
mai neanche solo pensato di escluderla dal gruppo; ed,
infine, anche i rapporti con altri degenti, giovani e
bambini vittime degli stessi incidenti, e soprattutto
anziani e persone psichicamente labili.
Interessante
è, in ultima analisi, l'osservazione della graduale
nascita di un particolare amore per il proprio corpo
colpito, e di un'attenzione ai gesti, ai movimenti,
considerati come una conquista e un dono.
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