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Ognuno
di noi desidera conservare un "segno" tangibile di
un'esperienza e la conoscenza di luoghi lontani è sempre
un'esperienza di vita significativa: un sasso, una pietra,
una conchiglia raccolta sulla spiaggia, un sacchetto di
sabbia o una boccetta d'acqua di un mare lontano da portare
con sé, tornando a casa, è anche il riconoscimento di
quanto quel viaggio ci abbia, in qualche modo, cambiato e
come non lo si voglia dimenticare.
Spesso
poi, dice l'autore, l'interesse che il turista ha, quando è
in vacanza, è maggiormente rivolto alle cose, alla natura,
all'ambiente, piuttosto che alle persone che vi vivono: da
ciò deriva il bisogno di conservare almeno un elemento
simbolico ed evocativo di quella situazione particolare. Ma
il souvenir è spesso anche un dono da portare ad amici e
parenti rimasti a casa.
L'elemento
"autoconsolatorio" tende quindi a sparire rispetto
ad altri significati di cui viene caricato l'oggetto in
questione: desiderio di condivisione, dimostrazione di aver
avuto memoria dell'assente oppure, più tristemente,
esibizione di uno status superiore,
"certificazione" dell'avvenuta trasferta.
Esiste
poi una tradizione plurisecolare del souvenir, profano o
laico, a sfondo erotico o culturale, che viene descritta da
Canestrini e proposta anche in alcune belle fotografie
inserite nel testo.
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