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Entrambi iniziano così una nuova esistenza e
sperimentano una nuova relazione: lui in
"sciopero" dalla vita, lei impegnata a uscire da
quella che considera una passeggera crisi matrimoniale. Poco
tempo dopo la paralisi com'è venuta se ne va, per lasciare
il posto ad altre manifestazioni, subitanee ed allarmanti,
sintomi di un disagio intimo di cui l'uomo è il
catalizzatore. Nella rincorsa e poi nell'attesa di una
"normalità" che non tornerà mai più, i legami
vanno in pezzi e i componenti del piccolo nucleo vengono
scaraventati in altrettanti universi divisi e non
comunicanti.
Pervaso da una possente e palpabile fisicità,
dall'amore come dalla malattia e da ogni gesto quotidiano,
sconvolgente nel realismo dell'esasperata claustrofobia con
cui è dipinto il microcosmo domestico, un romanzo
coraggioso che esplora le relazioni familiari a partire da
quello che in tutte le epoche e in tutte le civiltà ne è
stato il fulcro e il collante: la donna.
Naama, voce
narrante che, come un flusso inarrestabile, dipana la storia
nel suo svolgersi tingendola di impressioni, ricordi,
rivelazioni improvvise, è infatti la protagonista in una
vicenda in cui l'immobilità fisica risulta
indissolubilmente legata all'immobilismo interiore a cui si
è consegnata e di cui, forse, si libererà nell'ambiguo e
sorprendente finale.
La scrittura di Zeruya Shalev è
intensa ed evocativa del clima soffocante in cui la vicenda
è collocata. Tutta la letteratura ebraica contemporanea
presenta un'affascinante sintesi tra elementi immaginifici e
duro realismo e anche la Shalev si inserisce a pieno titolo
in questo filone che gode di un giustificato successo tra i
lettori italiani.
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