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Di
quell'ambiente fu il cantore rassegnato, nel senso che
ben ne conosceva i difetti e i limiti, ma li «cantò»
con un segno talora anche sferzante, immune però da
livore. Con la passione di un entomologo e l'ironia di
un poeta crepuscolare, colse le debolezze, i vizi e le
ipocrisie che, in modo più o meno consapevole,
definiscono il ridicolo della vita.
Come
per magia ecco apparire quell'Italia che ancora ci
appartiene, ma che ci illudiamo sia superata e
dimenticata. Conformismi piccolo borghesi e ipocrisie
perbeniste sono smascherate da una battuta e da un
sorriso. In ambito familiare Novello punta il dito sul
rapporto di coppia e su quello tra genitori e figli;
nel sociale ironizza sulle amicizie (spesso di
convenienza) e sulle mode, sull'arrivismo e sul
fallimento; in politica parla della guerra e della
pace, della povertà e del benessere. Qualche volta la
sua attenzione si rivolge alla storia, allo spettacolo
o all'arte.
Come
nota Guido Vergani nella Prefazione, «l’umorismo
di Novello è attraversato da una sottile bonomia, non
critica, non spernacchia, non è confinato alla
macchietta e alla battuta, ma traccia una moralità,
un sentimento della vita sorridente e positivo». In
esso non c'è nulla di corrosivo, ma, anzi, una
solidarietà non priva di una vena affettuosa per un
mondo di cui anch’egli si sentiva, ed era,
espressione.
Al
punto di rappresentare se stesso, piccolo e anonimo,
nelle avventure minime della sua personale epopea.
Fino a confessare — ha scritto Indro Montanelli
nell'Incontro a lui dedicato e che qui si
ripropone — una manifesta «complicità con le sue
vittime » e il loro mondo.
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