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Essere
sconosciuto per lui, temuto e odiato fin da bambino,
incapace di qualsiasi forma di dialogo e di contatto,
quell'uomo non ha rappresentato nulla se non una fonte di
risentimenti che neppure la morte ha smorzato.
La
sua durezza è rimasta un mistero che ha suscitato odio, ma
di cui in fondo non interessa trovare spiegazioni, eppure
Busi si chiede se il suo non sia da considerarsi, in un
certo senso, il padre ideale. Perché essere maschio, e la
paternità è il cuore della mascolinità, significa proprio
questo: astio, violenza, diffidenza, incapacità di
ascoltare e di accettare le diversità.
Molto
interessanti le digressioni dell’autore sulla sua
omosessualità, soprattutto perché diverse ed inconsuete:
stupisce, infatti, la poca stima per gli uomini da parte di
un omosessuale. Nella seconda parte del volume viene
delineata l’immagine del padre perfetto ma anche quella
del perfetto zio, ruolo che l'autore riveste con grande
amorevolezza nella vita.
Interessante
è la visione ampia della famiglia che viene proposta e che
può rappresentare l'unica salvezza per padri, figli, e per
l'intera società. Per non sembrare un moralista, Busi
ironizza anche su questo messaggio ma la serietà della
riflessione è indiscutibile, e questa indicazione, nel
pessimismo generale delle ultime opere, apre qualche
spiraglio a chi non accetta di vivere nella banalità del
male che, con crudezza e sarcasmo, l’autore dimostra
essere la caratteristica precipua dei nostri tempi.
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