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La
vena civile dell'autore si anima parlando dell'oggi e dei
pericoli per la democrazia e l'origine siciliana gli indica
tutta la diversità tra sé e quella nuova mentalità
padana, privatistica e miope. A volte però le circostanze
biografiche fortuite marcano un destino e, se
consapevolmente accettate, consentono una magica profondità
di sguardo.
È
il caso di Corrado Stajano: siciliano per parte di padre,
lombardo per parte di madre, risalendo lungo il filo di
vicende privatissime, ripercorre in realtà il corso del
nostro Novecento da una prospettiva antropologica prima
ancora che storica. Attorno a Noto (e allo sbarco degli
anglo-americani) e a Cremona (e al fascismo agrario di
Farinacci) si intrecciano in questo racconto-saggio
architetture, paesaggi, vicende, caratteri diversissimi
eppure tutti geologicamente, fatalmente italiani.
Italiani
i colori brumosi e teneri della Bassa padana o quelli
pastosi e violenti della Sicilia, gli umori lunatici o
logici della gente, italiano l'ostinato perseguimento del
proprio particolare e insieme quel reticolo di complicità,
anche malavitose, in cui i reciproci egoismi si sviluppano.
Le
patrie smarrite, allora non sono soltanto quelle di chi
si trova all'incrocio di generazioni così distanti e
contraddittorie. Smarrita è anche la patria ideale,
quell'Italia civile che in pochi, fin dai tempi di Dante,
realmente auspicano.
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