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Shah-in-shah

(di Ryszard Kapuscinski - Feltrinelli 2001)

 

 

Come avviene la rivoluzione in Iran? Quali sono le sue origini? Quali saranno gli esiti? Cosa può offrire Khomeini più dello scià, che aveva promesso di "creare un’altra America nel corso di una sola generazione"? Dopo tanto sangue versato, cosa darà questo evento al popolo iraniano e al mondo? 

 

Nell'anno drammatico della rivoluzione, Kapuscinski è in Iran per uno dei suoi più brillanti e memorabili reportage, in cerca di risposte.  E riesce a temperare, con impeccabile stile, la complessa ricostruzione storico-giornalistica con un'appassionante capacità narrativa. Non fa lezione, non sale in cattedra. Al lavoro nella sua stanza d’albergo, ingombra di giornali, di ritagli, di foto, filmati e nastri registrati, ricostruisce il quadro degli eventi, delle premesse che li hanno provocati e delle situazioni che si preparano. Il suo puzzle rigoroso è sempre filtrato dalla sensibilità e da un’umanità profonda.

 

Verso la fine del libro, si confessa incapace di capire alcuni aspetti: per esempio, un certo singolare rapporto del popolo iraniano con il sangue e la morte. È questa una nota drammatica e perplessa, dopo tanta finezza di comprensione e tanta compassione per le sofferenze osservate. Ma ecco subito l’altra faccia della medaglia, descritta nella meravigliosa conclusione del libro.

 

Lo scrittore, alla fine della sua fatica, va a trovare Ferdousi, un venditore di tappeti colto e gentile che gli dice, tra l'altro: "Che abbiamo dato al mondo, noi persiani? La poesia, la miniatura, il tappeto. Cose produttivamente inutili, che non rendono più facile la vita, ma semplicemente l’abbelliscono, sempre che una distinzione del genere abbia senso. Abbiamo dato al mondo questa meravigliosa inutilità. Ma è attraverso di essa che abbiamo espresso la nostra vera natura".di vedere il pericolo, capiscono improvvisamente di non esserne immuni.

 

 

 

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