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Nell'anno
drammatico della rivoluzione, Kapuscinski è in Iran
per uno dei suoi più brillanti e memorabili
reportage, in cerca di risposte. E riesce a
temperare, con impeccabile stile, la complessa
ricostruzione storico-giornalistica con
un'appassionante capacità narrativa. Non fa lezione,
non sale in cattedra. Al lavoro nella sua stanza
d’albergo, ingombra di giornali, di ritagli, di
foto, filmati e nastri registrati, ricostruisce il
quadro degli eventi, delle premesse che li hanno
provocati e delle situazioni che si preparano. Il suo
puzzle rigoroso è sempre filtrato dalla sensibilità
e da un’umanità profonda.
Verso
la fine del libro, si confessa incapace di capire
alcuni aspetti: per esempio, un certo singolare
rapporto del popolo iraniano con il sangue e la morte.
È questa una nota drammatica e perplessa, dopo tanta
finezza di comprensione e tanta compassione per le
sofferenze osservate. Ma ecco subito l’altra faccia
della medaglia, descritta nella meravigliosa
conclusione del libro.
Lo
scrittore, alla fine della sua fatica, va a trovare
Ferdousi, un venditore di tappeti colto e gentile che
gli dice, tra l'altro: "Che abbiamo dato al
mondo, noi persiani? La poesia, la miniatura, il
tappeto. Cose produttivamente inutili, che non rendono
più facile la vita, ma semplicemente
l’abbelliscono, sempre che una distinzione del
genere abbia senso. Abbiamo dato al mondo questa
meravigliosa inutilità. Ma è attraverso di essa che
abbiamo espresso la nostra vera natura".di vedere
il pericolo, capiscono improvvisamente di non esserne
immuni.
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