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La prevenzione antisenile

A cura del:

Dott. Prof. Giovanni Cristianini



La vecchiaia solitaria

Sia da noi che all'estero, la vecchiaia solitaria è un problema massimamente femminile, vuoi perché la spettanza di vita è dappertutto maggiore nella donna e vuoi perché è un fatto di costume un po’ dovunque che l'uomo sposi una donna più giovane. La vedovanza e la solitudine, quindi, si addicono alla donna che sopravvive generalmente al marito più anziano e biologicamente più fragile.

Secondo un censimento di qualche anno fa, più della metà delle donne italiane ultrasessantenni viveva in condizione di solitudine in quanto composta da vedove (42%) o nubili (16%). Qualche altra cifra in nostro possesso evidenzia una situazione difficile anche nelle zone rurali dove, contrariamente all'opinione comune, il 40% degli anziani, uomini e donne, vive solo e per di più, secondo dati di comune osservazione, in un ambiente meno fornito di servizi sociali e sanitari rispetto alle città. In queste, comunque, la situazione non si presenta meno disagevole per l'individuo anziano che è costretto a condizioni di vita difficili e malsicure per tutta una serie di circostanze tra cui predominano la mancanza di spazi verdi, i ritmi di vita accelerati, il traffico, l'inquinamento e, soprattutto, l'inconsistenza dei rapporti umani che fanno sentire il vecchio più solo ed isolato, per assurdo, proprio quando fa parte di quei grandi formicai che sono le megalopoli.

La solitudine del vecchio nelle grandi città si è inoltre aggravata, in questi ultimi anni, per l'aumento della violenza e della criminalità, di cui gli anziani sono spesso le vittime indifese, come dimostra un'indagine condotta abbastanza recentemente in un popolare sobborgo romano. Tra le altre situazioni di estremo disagio messe in evidenza da tale questionario, risulta che gli anziani soli non si fidano più di uscire di casa nemmeno nelle ore del pomeriggio, non vogliono ricevere visite di alcun tipo e non aprono assolutamente la porta a chicchessia, neppure all'assistente sociale benché ne riconoscano la voce. Il quadro che ne risulta è abbastanza triste ed inquietante se pensiamo che questi anziani delle grandi città, soli o a coppie, finiscono con il rinchiudersi nella loro casa dove li attendono lunghe e interminabili giornate di inattività e solitudine. E non si creda che la solitudine a due sia migliore, in quanto le coppie generalmente si mantengono escluse dalla società in maniera più ermetica dei singoli.

Nelle grandi città sono più numerose di quanto si pensi le coppie di vecchi coniugi, segregate fra le mura domestiche, che vagano per la casa come ombre silenziose ed estranee, nella migliore delle ipotesi indementiti, disperati e depressi nella peggiore. Il progressivo restringersi delle relazioni sociali, infatti, non può essere senza conseguenza sulla salute mentale dell'anziano. Ci sono svariati studi, a questo proposito, tra cui uno molto noto di Loewenthal sull'influenza dell'isolamento sociale nei riguardi delle malattie mentali. L'autore avrebbe dimostrato che la solitudine si trova spesso alla base di molteplici stati di confusione mentale nel soggetto senile e, inoltre, di altre turbe psichiche definite genericamente come "indebolimento mentale". L'abitudine all'isolamento, durante il corso della vita, non porta necessariamente nella vecchiaia a disordini mentali, mentre, com'è noto, l'isolamento che non avviene per scelta, quello subito per motivi socio-economici o per malattia cronica, può agire da fattore scatenante di disturbi psichici. Ad esempio, secondo alcuni psicogeriatri, la solitudine e l'inattività che conseguono al pensionamento, agendo sulla base di conflitti esistenziali non risolti nell'età adulta, potrebbero essere causa di ulteriore disadattamento nell'età senile.

È necessario pertanto che ai fini dell'igiene mentale del vecchio siano presi in esame interventi geragogici che insegnino a prevenire isolamento e inattività e, sempre a tale fine, a promuovere le varie attività di tempo libero, sia di tipo relazionale che occupazionale. Anche gli attuali servizi socio-sanitari possono fornire, certamente, un contributo importante in tale funzione preventiva, ma possono servire soprattutto, secondo noi, a migliorare i rapporti tra anziano ed operatori geriatrici ed anche tra l'anziano e gli utenti di altri gruppi di età in modo da sviluppare con il vecchio una migliore consonanza che coinvolga operatori sanitari, malati e cittadini, eliminando ogni area di conflittualità che tenda alla esclusione o alla sopportazione del vecchio, atteggiamento quest'ultimo quant'altri mai negativo e pernicioso.

È indispensabile, pertanto, prima di ogni intervento socio-economico, medico, occupazionale, ricreazionale e attivante, educare i singoli e tutto il complesso antropologico alla accettazione pacifica della condizione senile, compito preminente e specifico della geragogia a indirizzo sociale.

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