|
L’indagine sul ruolo degli
infermieri immigrati in Italia è una ricerca preparata in
occasione del Consensus-Conference della Società Italiana di
Medicina delle Migrazione, che inizia i suoi lavori a
Palermo il 28 aprile con ben 150 comunicazioni, che hanno
coinvolto 500 autori.
La Società Italiana di Medicina
delle Migrazioni raccoglie, dal 1990, medici e altri
operatori sanitari interessati ad approfondire il tema della
salute in una società multiculturale e ad adoperarsi per
favorire la conseguente evoluzione delle strutture sanitarie
e della mentalità di chi vi opera.
Il Dossier Statistico
Immigrazione Caritas/Migrantes, anch’esso nato dopo la legge
Martelli del 1990, è un rapporto che segue annualmente
l’evolversi del fenomeno migratorio attraverso una paziente
ricerca, analisi e diffusione dei dati statistici.
Queste due iniziative si sono
caratterizzate per essere state promosse entrambe dalla
Caritas diocesana di Roma e di avere inciso poi a livello
nazionale sulla storia della medicina delle migrazioni e
sulla conoscenza socio-statistica del fenomeno.
Come risaputo, gli immigrati in
Italia sono circa un quarto dei nuovi assunti in Italia e
hanno una particolare rilevanza in diversi settori, a
partire da quello dell’assistenza alle nostre famiglie e ai
nostri anziani.
Nel settore dell’assistenza un
altro comparto fondamentale è quello dell’infermieristica,
dove gli immigrati iniziano ad essere presenti in misura
crescente.
Perché questo avviene, da dove
vengono i nuovi infermieri, perché sono più numerosi dei
medici stranieri, in quali condizioni sono costretti a
lavorare: a questi e ad altri interrogativi si è proposto di
rispondere questa indagine congiunta della Società Italiana
di Medicina delle Migrazioni e del Dossier Statistico
Immigrazione.
Il sistema sanitario italiano:
molti medici e pochi infermieri
L’Italia non solo è il primo paese al mondo
per numero di medici rispetto alla popolazione residente, ma
vede anche prevalere i medici sul numero degli infermieri.
In Italia vi è un medico ogni 165 abitanti
(Fonte: FNOMCEO-Federazione Nazionale Ordine dei Medici
Chirurgi e Odontoiatri), per cui l’incidenza percentuale è
dello 0,60 e quella per mille abitanti del 6,0%. Ad essi si
aggiungono i 51.975 odontoiatri, uno ogni 1.124 residenti
(58.681.000 nel mese di settembre 2005 secondo l’ISTAT).
I medici di medicina generali impiegati nelle
Ausl sono 47.11, di cui 39.493 con indennità di piena
disponibilità. Solo in alcune specializzazioni si registra
una carenza di addetti (anestesia, radiodiagnostica e
radioterapia). Questo esubero ha fatto sì che, in aggiunta
ai medici in forza alle Ong presso i paesi in via di
sviluppo (nell’Africa subsahariana la dotazione di medici è
dieci volte inferiore a quella dei paesi OCSE), un gruppo di
psichiatri italiani nel 2005 si sia inserito nel Servizio
sanitario britannico e che altri medici siano stati
preparati per andare a lavorare nell’Essex.
Secondo l'Ipasvi- Federazione Nazionale dei
Collegi di Infermieri Professionali, Assistenti Sanitari e
Vigilatrici d’Infanzia (2006), l'ordine professionale di
categoria, gli infermieri professionali attivi sono in
totale 342.000, il 70% all’interno del SSN, il 20% presso
strutture private e il 10% come liberi professionisti.
Pertanto, gli infermieri sono uno ogni 171
abitanti: la loro incidenza percentuale è dello 0,58 per
cento e del 5,8 ogni mille residenti. Nel periodo 2002-2003
è stato curato un confronto internazionale dall’OCSE, dal
quale risulta che la media in Italia è stata di 5,4
infermieri ogni mille abitanti, con un’incidenza molto più
bassa rispetto alla media auspicata per i paesi
industrailizzati (6,9 per mille) e a quella riscontrata
negli altri paesi dell’Unione Europea (Francia 7,3 per
mille, Regno Unito 9,1 per mille, Germania 9,7 per mille,
Olanda 12,8 per mille, Irlanda 14,8 per mille) o nei paesi
comunque dell’area dell’OCSE (Stati Uniti 7,9 per mille,
Canada 9,8 per mille, Svizzera 10,7 per mille).
Secondo una recente indagine mondiale sulle
professioni più ricercate (Manpower, Talent Shortage
Survey, Milwaukee, 2006), in Italia gli infermieri si
trovano al 5° posto dopo gli operai specializzati, gli
addetti alla ristorazione, gli addetti ai servizi
amministrativi e gli autisti. Ad un anno dal conseguimento
della laurea, nel 2005 è risultato occupato il 97% dei
laureati in discipline inerenti le professioni sanitarie
infermieristiche e ostetriche rispetto al 77% dei laureati
in Medicina e Chirurgia (Fonte: Alma Laurea-Consrozio delle
Università Italiane, 2006.).
Nel 2004/2005 i neolaureati in scienze
infermieristiche in Italia sono stati 6.700. Il ricambio
fisiologico degli addetti è stato ipotizzato per il 2005 di
15.265 unità dalle Regioni o di 17.200 dall’Ipasvi. Gli
immatricolati ai corsi per infermieri sono stati invece
circa 11 mila, con un discreto aumento rispetto agli anni
precedenti ma in misura insufficiente rispetto alle
necessità. Da uno studio dell’Ipasvi (2006) risulta che il
14,5% dei posti disponibili per la formazione
infermieristica è rimasto inutilizzato per mancanza di
iscritti, percentuale che scende al 7,3% nell’Italia
meridionale. Ad essere più interessate alla carriera di
infermiere sono le giovani donne (il 71% delle matricole).
L’età media degli iscritti è di 22,6 anni. La provenienza
scolastica è tra le più diverse: quasi un terzo dagli
istituti tecnici, ma quali altrettanti dai licei classi e di
meno dagli istituti professionali (15,6%).
Perché sono così pochi i neolaureati in
scienze infermieristiche, anche se generalmente trovano
lavoro entro tre mesi dalla conclusione degli studi? Sono
diversi i motivi di questa disaffezione: la sostituzione
delle scuole regionali per infermieri professionali
(gratuite) con gli onerosi corsi di laurea in scienze
infermieristiche, l’inadeguatezza dello stipendio, il
mancato riconoscimento del prestigio sociale e l’impegnativo
percorso formativo richiesto: a questo riguardo va
considerato che dopo il diploma di istruzione secondaria
bisogna conseguire una laurea triennale, da completare con
un periodo di tirocinio, durante il quale la retribuzione è
di 486,58 euro mensili (Fonte: Rapporto Isfol 2005).
Per rendersi conto del fabbisogno
di infermieri bisogna tenere conto che i 1.600 presidi
ospedalieri gestiscono 232.501 posti letto ordinari, di cui
il 20,5% spettante al settore privato, che a sua volta
impiega 16.000 medici, 26.000 paramedici e 37.400 lavoratori
non direttamente addetti alla cura.
ITALIA. Stima fabbisogno
nuovi infermieri (2004)
|
|
Iscritti
IPASVI |
Stima Fabbisogno
IPASVI |
Dipendenti
OCSE |
Stima Fabbisogno
OCSE |
|
Nord Ovest |
87.972 |
-22.237 |
60.170 |
-27.802 |
|
Nord Est |
73.342 |
-9.910 |
63.957 |
-9.385 |
|
Nord |
161.314 |
-32.147 |
124.127 |
-37.187 |
|
Centro |
67.006 |
-10.592 |
52.068 |
-14.938 |
|
Sud |
76.860 |
-20.320 |
45.025 |
-31.835 |
|
Isole |
37.093 |
-8.882 |
22.181 |
-14.912 |
|
Italia |
342.273 |
-61.117 |
243.403 |
-98.870 |
FONTE: Dossier Statistico Immigrazione
Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati Ministero della
Salute, Collegio Ipasvi, OCSE
Secondo le stime dell’Ipasvi e dell’Ocse il
fabbisogno di nuovi infermieri da inserire nelle strutture
sanitarie (ad esclusione quindi degli operatori necessari
per l’assistenza domiciliare) nel 2004 è oscillato tra le
62.000 e le 99.000 unità. Nell’ipotesi massima il fabbisogno
è di 37 mila nel Nord (28 mila nel Nord Est, 9 mila nel Nord
Ovest), quasi 15 mila al Centro, 31 mila nel Sud e 14 mila
nelle Isole. A livello regionale le situazioni più critiche
si registrano soprattutto in Lombardia con un fabbisogno
pari a 12 mila nuovi infermieri e in Campania dove ne
mancano circa 10.000. Altre Regioni estremamente bisognose
di personale infermieristico specializzato sono la Sicilia e
il Piemonte con un ammanco rispettivamente di 7.700 e 7.500
nuovi infermieri. Situazioni difficili si registrano anche
in Calabria (-5 mila), Lazio (-4,6 mila), Puglia (-4,1
mila), Trentino Alto Adige (-3,5 mila) e Veneto (-3,2 mila).
La carenza di infermieri è talmente grave che
nel 2005 il governo ha emanato un decreto per autorizzare da
una parte la riassunzione degli infermieri andati in
pensione e dall’altra i contratti di lavoro a tempo
determinato di un anno o il pagamento, con tariffe libero
professionali, delle prestazioni extra-orario di chi è in
ruolo.
L’inserimento di medici stranieri
I medici stranieri in Italia sono
12.527 (dato del 2004), di cui le donne sono il 37% donne e
gli odontoiatri il 10,3%: la classe di età più rappresentata
è quella che va dai 41 ai 50 anni, mentre gli
ultrasettantenni maschi sono 514 e le femmine 112
(www.assimedici.it). Il loro numero tende ad aumentare in
misura minore rispetto a quello degli infermieri e, inoltre,
sempre a differenza di quanto avviene tra gli infermieri, è
composto in larga misura da comunitari o da persone
provenienti da paesi a sviluppo avanzato.
La metà dei medici stranieri
registrati all’Ordine si concentra in 4 regioni: Lazio e
Lombardia con poco più di 2.000 medici, seguite da Veneto ed
Emilia Romagna con poco più di 1.200. A livello di
capoluoghi Roma e Milano guidano la graduatoria e hanno
rispettivamente 1.855 e 1.035 medici.
Un medico straniero su due
proviene dall’Europa (47,8%), con una preponderanza di
medici di origine comunitaria e neocomunitaria (30,6%).
Seguono nella graduatoria i medici provenienti dall’America
(20,1%), dall’Asia (18,6%) e dall’Africa (12,7%).
Disaggregando i dati a livello di
nazioni di provenienza, guidano la classifica la Germania
(1.034), seguita dalla Svizzera (760), Iran (713), Francia
(649), Grecia (646) e Stati Uniti (602). In minor numero, ma
con più di 500 presenze, sono i medici venezuelani e
argentini, mentre coloro che provengono dall’ex Jugoslavia e
dalla Romania sono rispettivamente 437 e 389.
Rispetto alla percentuale di
soggiornanti stranieri per grandi aree territoriali e per
provenienze continentali si riscontro una presenza di medici
stranieri più alta o più bassa, ma queste variazioni sono in
linea generale di difficile interpretazione quando non si
conoscono con precisione tutte le dinamiche territoriali.
ITALIA. Medici stranieri: ripartizioni
territoriali di inserimento (2004)
|
Regione |
v.a. medici |
% ripartizione |
% totale
soggiornanti |
|
Ripartizione per aree territoriali |
|
Nord Ovest |
3.338 |
26,6 |
34,0 |
|
Nord Est |
3.248 |
25,9 |
25,3 |
|
Centro |
3.437 |
27,4 |
27,1 |
|
Sud |
1.668 |
13,3 |
9,9 |
|
Isole |
836 |
6,7 |
3,7, |
|
Totale |
12.527 |
100,0 |
100,0 |
|
Ripartizione per
continenti |
|
UE 25 |
3.829 |
30,6 |
47,3 |
|
Resto d'Europa |
2.149 |
17,2 |
|
Africa |
1.590 |
12,7 |
17,2 |
|
Asia |
2.328 |
18,6 |
18,6 |
|
America |
2524 |
20,1 |
20,1 |
|
Oceania |
107 |
0,9 |
0,9 |
|
Totale
|
12.527 |
100,0
|
100,0 |
L’inserimento degli infermieri
e di altri operatori sanitari stranieri
E’ in un contesto così
deficitario che gli infermieri stranieri stanno conoscendo
un aumento rilevante e sono passati negli ospedali da 2.612
nel 2002 a 6.730 nel 2005, così ripartiti per continenti di
provenienza: europei 69% (dei quali il 30% neo comunitari e
la restante quota di paesi non appartenenti all’UE),
americani (12,5%, per la maggior parte provenienti dal Sud
America), asiatici (12,2%), africani (6,6%) e immigrati
dall’Oceania (0,4%). Tutte le provenienze sono aumentate
numericamente e in particolare l’Europa (da 1.837 a 4.605
infermieri), mentre in termini percentuali gli europei sono
pressoché stabili, gli africani in diminuzione e gli
asiatici in aumento. Tra i paesi più rappresentati vanno
annoverati la Romania, la Polonia, la Romania e la Bulgaria
in Europa, il Perù, la Colombia, il Brasile in America
Latina, la Tunisia in Africa, l’India in Asia.
Se si vuole una stima della
presenza complessiva, bisogna tenere conto che l’Ipasvi
parla di 20.000 infermieri professionali stranieri operanti
in Italia non solo nelle corsie di ospedali ma anche negli
ospizi e nelle case di cura: è proprio dalle cliniche
private, dalle case di riposo e dagli istituti per anziani e
disabili non autosufficienti che provengono le maggiori
richieste di assunzione.
Nelle regioni del Nord, nelle quali sono
attivi almeno 8 mila infermieri stranieri, la presenza varia
anche da struttura a struttura con alcuni casi eclatanti: a
Torino la loro incidenza può salire al 60% dell'organico;
presso l’Ospedale maggiore di Trieste il 10% dell'organico è
proviene dalla Slovenia o da altri paesi della ex
Jugoslavia; invece, man mano che si scende lungo la
penisola, a partire da Firenze, le percentuali sono più
basse.
L’inserimento dall’estero ha
riguardato anche il settore ospedaliero privato, dove nel
2001-2004 si sono inseriti 700 infermieri europei e 250
tunisini (dati AIOP). Va anzi aggiunto che il settore
privato è più libero nel rispondere nel soddisfare il
fabbisogno di infermieri, mentre in quello pubblico il
turn over dei pensionati è stato consentito solo nel 50%
dei casi.
ITALIA.
Infermieri stranieri: continenti di provenienza (2002 e
2005)
|
|
2002 |
% |
2005 |
% |
Variaz. % 2002-05 |
|
UE |
16 |
0,6 |
1.989 |
29,6 |
12.331,3
|
|
Europa non
comunitaria |
1.821 |
69,7 |
2.616 |
38,9 |
43,7
|
|
Europa |
1.837 |
70,3 |
4.605 |
68,5 |
150,68 |
|
Africa |
366 |
14,0 |
443 |
6,6 |
21,0
|
|
Asia |
105 |
4,0 |
820 |
12,2 |
681,0 |
|
America |
302 |
11,6 |
838 |
12,5 |
177,5 |
|
Oceania |
2 |
0,1 |
24 |
0,4 |
1.100,0 |
|
Tot. infermieri non
comunitari |
2.596 |
99,4 |
4.741 |
70,4 |
82,6
|
|
Totale infermieri |
2.612 |
100,0 |
6.730 |
100,0 |
157,7
|
Fonte: Fonte Dossier
Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su
dati IPASVI 2002 e 2005
La riflessione sullo stock degli
infermieri può essere completata con quella sui flussi
annuali, sia di infermieri che di altri operatori sanitari,
nel settore della sanità privata.
ITALIA. Assunzioni
annuali di non comunitari nel settore sanitario privato:
aree territoriali (2003-2004)
|
Aree |
2003 |
2004 |
|
|
Assunzioni |
Cessazioni |
Saldi |
Incidenza
s/a |
Assunzioni |
Cessazioni |
Saldi |
Incidenza s/a |
|
Per aree territoriali di insediamento |
|
Nord Ovest |
3.420 |
2.061 |
1.359 |
39,7 |
3.768 |
2.623 |
1.145 |
30,4 |
|
Nord Est |
3.090 |
1.835 |
1.255 |
40,6 |
3.332 |
1.955 |
1.377 |
41,3 |
|
Nord |
6.510 |
3.896 |
2.614 |
40,2 |
7.100 |
4.578 |
2.522 |
35,5 |
|
Centro |
1.571 |
895 |
676 |
43,0 |
1.895 |
1.110 |
785 |
41,4 |
|
Sud |
500 |
383 |
117 |
23,4 |
599 |
405 |
194 |
32,4 |
|
Isole |
164 |
125 |
39 |
23,8 |
204 |
121 |
83 |
40,7 |
|
Non Attribuito |
125 |
49 |
76 |
60,8 |
152 |
79 |
73 |
48,0 |
|
Non Ripartito |
1.886 |
1.429 |
457 |
24,2 |
2.979 |
2.038 |
941 |
31,6 |
|
ITALIA |
10.756 |
6.777 |
3.979 |
37,0 |
12.929 |
8.331 |
4.598 |
35,6 |
|
Per aree continentali di provenienza |
|
Nuovi Ue |
796 |
421 |
375 |
47,1 |
1.037 |
619 |
418 |
40,3 |
|
Altri
Eruopa |
4.396 |
2.463 |
1.933 |
44,0 |
5.485 |
3.382 |
2.103 |
38,3 |
|
Europa |
5.192 |
2.884 |
2.308 |
44,5 |
6.522 |
4.001 |
2.521 |
38,7 |
|
Africa |
1.843 |
1.426 |
417 |
22,6 |
2.195 |
1.551 |
644 |
29,3 |
|
Asia |
708 |
483 |
225 |
31,8 |
767 |
557 |
210 |
27,4 |
|
America |
2.955 |
1.950 |
1.005 |
34,0 |
3.389 |
2.190 |
1.199 |
35,4 |
|
Oceania |
58 |
34 |
24 |
41,4 |
57 |
33 |
24 |
42,1 |
|
Totale |
10.756 |
6.777 |
3.979 |
37,0 |
12.929 |
8.331 |
4.598 |
35,6 |
FONTE: Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes.
Elaborazioni su dati Inail
Dall’archivio Inail, che registra le
assunzioni degli italiani e degli immigrati in tutti i
settori lavorativi (gli ultimi dati si riferiscono al 2004),
risultano circa 13.000 assunzioni nel settore sanitario
privato (il 20% in più rispetto all’anno precedente): più di
3.000 assunzioni in ciascuna delle due aree settentrionali,
quasi 2.000 nel Centro e meno di 1.000 nel Meridione. A fine
anno solo un terzo di questi contratti è risultato ancora in
essere e questo conferma non tanto la venuta meno di queste
presenze, quanto la stipula di contratti a tempo determinato
che, solitamente, alla scadenza si provvede a rinnovare.
L’area di provenienza prioritaria di questi
operatori sanitari è l’Europa (circa 5.500, dei quali mille
provenienti dai nuovi stati membri dell’UE), mentre più di
3.000 sono americani, 2.000 africani e molto meno di 1.000
asiatici.
Di grande interesse sono anche le stime del
fabbisogno espresse dalle aziende del settore sanitario
privato. Si tratta dell’indagine annuale Excelsior, che
Unioncamere in collaborazione con il Ministero del Lavoro,
riferisce non solo agli infermieri ma anche ad altri
operatori sanitari. Per il 2005 è stata stimata l’assunzione
di 30.410 persone straniere con un notevole aumento rispetto
al biennio precedente (24.519 nel 2003 e 21.910 nel 2004).
Gli infermieri stranieri (più di 4.000) sono una figura
molto più richiesta dei farmacisti e dei fisioterapisti
(ciascuno più di 1.000 unità). Un’altra figura ricorrente è
quella degli assistenti sociosanitari sia presso le
istituzioni che a domicilio.
I dati disaggregati di
Unioncamere, relativi al 2004, forniscono ulteriori
precisazioni sul personale da assumere. Ad essere richiesto
dalle aziende private del settore è il personale giovane
(tra i 25 e i 30 anni), nei due terzi dei casi con contratti
a tempo indeterminato e in un quinto con contratti a tempo
parziale. Le assunzioni previste sono destinate nel 27,3%
dei casi alle donne, nel 6,8% agli uomini e nel 65,9% dei
casi entrambi i sessi vengono ritenuti egualmente adatti
(per gli infermieri la disponibilità ad assumere personale
di entrambi i sessi sale all’86,9%).
Quasi la metà delle assunzioni è
considerata di difficile reperimento, specialmente perché
queste figure professionali sono scarsamente presenti sul
mercato, essendo il settore uno tra quelli a più alto
livello di istruzione (tra universitario, secondario o
professionale). Nei quattro quinti dei casi viene anche
richiesta una esperienza previa, anche generica e limitata
ad un solo anno (periodo che basta nel 52% dei casi): anche
per questa ragione la metà delle imprese, o direttamente o
esternamente, ha effettuato corsi di formazione per il
personale. Ogni cinque assunzioni una permane a fine anno e
riguarda anche le figure non specializzate; i saldi hanno
interessato maggiormente la Lombardia, l’Emilia Romagna, la
Campania, il Lazio, il Piamente e il Veneto.
Le procedure di assunzione e
il trattamento degli infermieri stranieri
L’ingresso degli infermieri
stranieri in Italia è agevolato in quanto ai sensi della
vigente normativa sull’immigrazione non sono assoggettati
alle quote annuali e per la loro assunzione occorre
presentare domanda allo Sportello Unico per l'immigrazione
presso la Prefettura. Essi possono stipulare un contratto
di lavoro anche a tempo indeterminato e il loro permesso di
soggiorno è prorogabile anche in caso di cambio del datore
di lavoro, purché si tratti sempre di occupazione con la
qualifica di infermiere professionale.
Gli infermieri stranieri sono
tenuti a chiedere il riconoscimento del titolo di studio,
pratica questa che allunga i tempi della procedura, mentre
per i comunitari è sufficiente il nulla osta del Ministero
della Salute e il riconoscimento è scontato se il titolo è
stato conseguito in Italia. Competente per l’equipollenza,
decisa con decreto ministeriale, è una Commissione
nazionale presso il Ministero della Salute. Per sostenere
l'esame i singoli Collegi richiedono il versamento di una
tassa (circa 250 euro). Diverse Regioni (Calabria, Lazio,
Umbria, Campania, Liguria, Veneto, Emilia Romagna,
Lombardia, Valle d'Aosta) e le Province Autonome di Trento e
Bolzano sono state autorizzate a curare autonomamente
l'istruttoria delle domande di riconoscimento dei titoli di
infermiere e tecnico sanitario di radiologia medica
conseguiti in Paesi non comunitari, anche se il decreto di
equipollenza è sempre di competenza del Ministero della
Salute.
Ottenuto il riconoscimento del
titolo, si procede all'iscrizione al Collegio Ipasvi del
luogo di lavoro o di domicilio, previo un esame in materia
di deontologia e leggi professionali e un altro di lingua
italiana (quest’ultimo non obbligatorio per i comunitari).
Nelle regioni autonome Val d'Aosta e Trentino Alto Adige
sono richieste anche, rispettivamente, la lingua francese e
tedesca. I Collegi generalmente mettono a disposizione dei
candidati un fascicolo contenente il codice deontologico e
le altre norme di legge riguardanti la professione
dell'infermiere, ma in alcuni contesti locali si fa di più e
si organizzano corsi di italiano e di legislazione sanitaria
per stranieri.
Gli infermieri, come anche i
medici, per essere ammessi ai concorsi per l’inserimento
nelle strutture pubbliche devono possedere la cittadinanza
italiana o comunitaria, anche se alcune recenti sentenze dei
giudici di merito hanno riconosciuto ai cittadini
extracomunitari il diritto di partecipare ai concorsi
pubblici, come medici e come infermieri, anche in deroga al
requisito della cittadinanza.
L’inserimento nelle strutture
pubbliche, seppure non come dipendenti pubblici, è possibile
in altre forme, e cioè o attraverso una chiamata diretta da
parte delle stesse strutture pubbliche con un contratto a
tempo determinato o tramite l’assunzione da parte di
cooperative appaltatrici di servizi infermieristici (outsourcing)
riconosciute dal Ministero della Salute o anche tramite le
agenzie interinali di lavoro, abilitate dalla legge Biagi a
operare direttamente anche all’estero. Le cooperative
sociali, di cui diverse sono state costituite anche da
infermieri stranieri, operano nel 90% dei casi nel settore
socio-assistenziale, dove hanno assunto una posizione
egemone per i costi inferiori che riescono a praticare.
Al primo impiego l’infermiere
professionale straniero generalmente recepisce uno stipendio
mensile netto intorno ai 1.100 euro, che con l’indennità di
turno e quella di reparto (circa 5 euro al giorno) aumenta
di alcune centinaia di euro al mese; naturalmente un
ulteriore aumento si ha nel caso di lavoro straordinario. Se
si tratta di un operatore socio-sanitario, per il quale non
è richiesto un titolo di scuola secondaria superiore in
quanto assunto come generico, lo stipendio oscilla tra i 900
e i 1.050 euro.
Dal punto di vista economico e
normativo le differenti vie di assunzione comportano un
diverso trattamento. Non sussistono problemi quando gli
infermieri vengono assunti direttamente dagli ospedali.
Anche ai lavoratori stranieri messi a disposizione dalle
agenzie interinali si applica lo stesso trattamento, mentre
per quelli assunti dalle cooperative appaltatrici di servizi
infermieristici trova applicazione un altro contratto con
standard più bassi in materia di garanzie e retribuzioni:
maggiore flessibilità lavorativa, retribuzioni inferiori,
più ore di lavoro (165 contro 156), trattamento meno
favorevole per turni notturni e festivi e altre indennità;
tra l’altro, nella sanità pubblica gli infermieri
professionali vengono inquadrati con la qualifica di
personale laureato, invece nei contratti di “cooperazione
sociale”essi non hanno questa qualifica. Avviene così che
chi lavora presso una cooperativa riceve tra il 20% (nel
Nord) e il 42% in meno rispetto a chi lavora presso le
strutture pubbliche (Fonte: indagine Ires-Cgil 2006).
Sono otto (Rapporto OASI 2005) le
agenzie di lavoro attive nel mercato infermieristico (Adecco
Italia, ALI, Archimede, Ge.Vi., La Dominus, Obiettivo
Lavoro, Quanta, Temporary) e sei di esse somministrano
personale esclusivamente straniero, avendo investito nel
reclutamento internazionale: anche l'Ipasvi, in
collaborazione con queste agenzie, sta favorendo con l'aiuto
del Ministero della Salute le strategie di selezione nei
Paesi di origine. Nella maggioranza dei casi le agenzie di
lavoro offrono corsi di lingua e di formazione, sia prima
che dopo la partenza, e si occupano anche di un servizio di
assistenza alloggiativa. La competenza linguistica è
fondamentale per comunicare adeguatamente con i pazienti, i
medici e l’équipe curante, anche se ovviamente non può
risolversi n un corso accelerato di italiano svolto prima di
partire.
E’ stato stimato (Fonte:
Ires-Cgil 2006) che per il settore infermieristico il giro
d’affari delle agenzie interinali possa aggirarsi sui 300
milioni di euro l’anno, calcolato su un fabbisogno di 40
mila addetti, in quanto in cambio dello svolgimento delle
pratiche per l’equipollenza dei titoli e della ricerca
dell’alloggio, le agenzie richiedono anche il 20-25% dello
stipendio lordo mensile dell’infermiere (Fonte: Il Mondo, 9
settembre 2005, p. 29).
Non entriamo, poi, nel merito dei
casi di reclutamento disinvolto, che hanno suscitato una
serie di motivate riserve, tanto da far parlare di una sorta
di “caporalato infermieristico”, denunciato nel passato
anche dall’Associazione Stranieri Infermieri in Italia
(Redattore Sociale, 26 ottobre 2004).
Conclusioni: la reciprocità come parola
chiave
L’apporto che gli infermieri
stanno assicurando nel settore infermieristico mostra che
l’immigrazione, anche se spesso inquadrata sotto un’ottica
negativa, è un utile strumento di risposta ai bisogni della
società italiana.
L’invecchiamento della popolazione per
effetto della riduzione della mortalità in età avanzata sta
causando un forte aumento della popolazione anziana
bisognosa di assistenza, sia a livello clinico/terapeutico
che domiciliare, e ciò lascia presagire, a fronte di questi
accresciuti bisogni, aumenterà notevolmente anche la
presenza di infermieri stranieri.
L’apporto che essi danno è costellato da
sforzi e rinunce non indifferenti: oltre ad accettare
incarichi generici pur essendo non di rado specializzati,
questi operatori si sottopongono a sforzi notevoli per
imparare la lingua e la legislazione italiana, per abituarsi
ai nostri costumi, per renderci soddisfatti affinché il loro
posto di lavoro sia il più duraturo possibile. Non sempre,
per lo stesso lavoro, ricevono quanto ricevono gli italiani
e, tuttavia, percepiscono di più di quanto avevano in patria
per mansioni superiori e con l’invio dei loro risparmi sono
di sostegno al benessere delle proprie famiglie e allo
sviluppo dei loro paesi.
L’immigrazione, considerata nei
suoi aspetti strutturali, fa pensare all’ineguale
distribuzione della ricchezza nel mondo, all’emigrazione che
è spesso più una costrizione che una scelta, alle condizioni
difficili di vita in terra straniera non solo materiale ma
anche per lo scarso calore dell’accoglienza.
L’immigrazione, esaminata nei
suoi risvolti sanitari, mostra che il fabbisogno della
società di accoglienza si incrocia fruttuosamente con le
potenzialità dei nuovi venuti. Siamo, così, indotti a
prendere coscienza dell’apporto che assicurano gli
infermieri stranieri per il ristabilimento della nostra
salute e anche a ripensare in maniera aperta il nostro
sistema, nel quale anche per quanto riguarda gli immigrati
devono essere soppresse le barriere, trattandosi di un bene
fondamentale.
Secondo Salvatore Geraci,
presidente della Società Italiana di Medicina delle
Migrazioni, “reciprocità è la parola chiave del futuro della
medicina e dell’infermieristica in Italia, un settore che,
inquadrato in un’ottica transculturale, consente di rendere
anche gli immigrati protagonisti e beneficiari dei percorsi
assistenziali”.
Società italiana di Medicina delle Migrazioni –
Dossier
Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes
28
Aprile 2006
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