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L’indagine sul ruolo degli
infermieri immigrati in Italia è una ricerca preparata in
occasione del Consensus-Conference della Società Italiana di
Medicina delle Migrazione, che inizia i suoi lavori a
Palermo il 28 aprile con ben 150 comunicazioni, che hanno
coinvolto 500 autori.
La Società Italiana di Medicina
delle Migrazioni raccoglie, dal 1990, medici e altri
operatori sanitari interessati ad approfondire il tema della
salute in una società multiculturale e ad adoperarsi per
favorire la conseguente evoluzione delle strutture sanitarie
e della mentalità di chi vi opera.
Il Dossier Statistico
Immigrazione Caritas/Migrantes, anch’esso nato dopo la legge
Martelli del 1990, è un rapporto che segue annualmente
l’evolversi del fenomeno migratorio attraverso una paziente
ricerca, analisi e diffusione dei dati statistici.
Queste due iniziative si sono
caratterizzate per essere state promosse entrambe dalla
Caritas diocesana di Roma e di avere inciso poi a livello
nazionale sulla storia della medicina delle migrazioni e
sulla conoscenza socio-statistica del fenomeno.
Come risaputo, gli immigrati in
Italia sono circa un quarto dei nuovi assunti in Italia e
hanno una particolare rilevanza in diversi settori, a
partire da quello dell’assistenza alle nostre famiglie e ai
nostri anziani.
Nel settore dell’assistenza un
altro comparto fondamentale è quello dell’infermieristica,
dove gli immigrati iniziano ad essere presenti in misura
crescente.
Perché questo avviene, da dove
vengono i nuovi infermieri, perché sono più numerosi dei
medici stranieri, in quali condizioni sono costretti a
lavorare: a questi e ad altri interrogativi si è proposto di
rispondere questa indagine congiunta della Società Italiana
di Medicina delle Migrazioni e del Dossier Statistico
Immigrazione.
Il sistema sanitario italiano:
molti medici e pochi infermieri
L’Italia non solo è il primo paese al mondo
per numero di medici rispetto alla popolazione residente, ma
vede anche prevalere i medici sul numero degli infermieri.
In Italia vi è un medico ogni 165 abitanti
(Fonte: FNOMCEO-Federazione Nazionale Ordine dei Medici
Chirurgi e Odontoiatri), per cui l’incidenza percentuale è
dello 0,60 e quella per mille abitanti del 6,0%. Ad essi si
aggiungono i 51.975 odontoiatri, uno ogni 1.124 residenti
(58.681.000 nel mese di settembre 2005 secondo l’ISTAT).
I medici di medicina generali impiegati nelle
Ausl sono 47.11, di cui 39.493 con indennità di piena
disponibilità. Solo in alcune specializzazioni si registra
una carenza di addetti (anestesia, radiodiagnostica e
radioterapia). Questo esubero ha fatto sì che, in aggiunta
ai medici in forza alle Ong presso i paesi in via di
sviluppo (nell’Africa subsahariana la dotazione di medici è
dieci volte inferiore a quella dei paesi OCSE), un gruppo di
psichiatri italiani nel 2005 si sia inserito nel Servizio
sanitario britannico e che altri medici siano stati
preparati per andare a lavorare nell’Essex.
Secondo l'Ipasvi- Federazione Nazionale dei
Collegi di Infermieri Professionali, Assistenti Sanitari e
Vigilatrici d’Infanzia (2006), l'ordine professionale di
categoria, gli infermieri professionali attivi sono in
totale 342.000, il 70% all’interno del SSN, il 20% presso
strutture private e il 10% come liberi professionisti.
Pertanto, gli infermieri sono uno ogni 171
abitanti: la loro incidenza percentuale è dello 0,58 per
cento e del 5,8 ogni mille residenti. Nel periodo 2002-2003
è stato curato un confronto internazionale dall’OCSE, dal
quale risulta che la media in Italia è stata di 5,4
infermieri ogni mille abitanti, con un’incidenza molto più
bassa rispetto alla media auspicata per i paesi
industrailizzati (6,9 per mille) e a quella riscontrata
negli altri paesi dell’Unione Europea (Francia 7,3 per
mille, Regno Unito 9,1 per mille, Germania 9,7 per mille,
Olanda 12,8 per mille, Irlanda 14,8 per mille) o nei paesi
comunque dell’area dell’OCSE (Stati Uniti 7,9 per mille,
Canada 9,8 per mille, Svizzera 10,7 per mille).
Secondo una recente indagine mondiale sulle
professioni più ricercate (Manpower, Talent Shortage
Survey, Milwaukee, 2006), in Italia gli infermieri si
trovano al 5° posto dopo gli operai specializzati, gli
addetti alla ristorazione, gli addetti ai servizi
amministrativi e gli autisti. Ad un anno dal conseguimento
della laurea, nel 2005 è risultato occupato il 97% dei
laureati in discipline inerenti le professioni sanitarie
infermieristiche e ostetriche rispetto al 77% dei laureati
in Medicina e Chirurgia (Fonte: Alma Laurea-Consrozio delle
Università Italiane, 2006.).
Nel 2004/2005 i neolaureati in scienze
infermieristiche in Italia sono stati 6.700. Il ricambio
fisiologico degli addetti è stato ipotizzato per il 2005 di
15.265 unità dalle Regioni o di 17.200 dall’Ipasvi. Gli
immatricolati ai corsi per infermieri sono stati invece
circa 11 mila, con un discreto aumento rispetto agli anni
precedenti ma in misura insufficiente rispetto alle
necessità. Da uno studio dell’Ipasvi (2006) risulta che il
14,5% dei posti disponibili per la formazione
infermieristica è rimasto inutilizzato per mancanza di
iscritti, percentuale che scende al 7,3% nell’Italia
meridionale. Ad essere più interessate alla carriera di
infermiere sono le giovani donne (il 71% delle matricole).
L’età media degli iscritti è di 22,6 anni. La provenienza
scolastica è tra le più diverse: quasi un terzo dagli
istituti tecnici, ma quali altrettanti dai licei classi e di
meno dagli istituti professionali (15,6%).
Perché sono così pochi i neolaureati in
scienze infermieristiche, anche se generalmente trovano
lavoro entro tre mesi dalla conclusione degli studi? Sono
diversi i motivi di questa disaffezione: la sostituzione
delle scuole regionali per infermieri professionali
(gratuite) con gli onerosi corsi di laurea in scienze
infermieristiche, l’inadeguatezza dello stipendio, il
mancato riconoscimento del prestigio sociale e l’impegnativo
percorso formativo richiesto: a questo riguardo va
considerato che dopo il diploma di istruzione secondaria
bisogna conseguire una laurea triennale, da completare con
un periodo di tirocinio, durante il quale la retribuzione è
di 486,58 euro mensili (Fonte: Rapporto Isfol 2005).
Per rendersi conto del fabbisogno
di infermieri bisogna tenere conto che i 1.600 presidi
ospedalieri gestiscono 232.501 posti letto ordinari, di cui
il 20,5% spettante al settore privato, che a sua volta
impiega 16.000 medici, 26.000 paramedici e 37.400 lavoratori
non direttamente addetti alla cura.
ITALIA. Stima fabbisogno
nuovi infermieri (2004)
|
|
Iscritti
IPASVI |
Stima Fabbisogno
IPASVI |
Dipendenti
OCSE |
Stima Fabbisogno
OCSE |
|
Nord Ovest |
87.972 |
-22.237 |
60.170 |
-27.802 |
|
Nord Est |
73.342 |
-9.910 |
63.957 |
-9.385 |
|
Nord |
161.314 |
-32.147 |
124.127 |
-37.187 |
|
Centro |
67.006 |
-10.592 |
52.068 |
-14.938 |
|
Sud |
76.860 |
-20.320 |
45.025 |
-31.835 |
|
Isole |
37.093 |
-8.882 |
22.181 |
-14.912 |
|
Italia |
342.273 |
-61.117 |
243.403 |
-98.870 |
FONTE: Dossier Statistico Immigrazione
Caritas/Migrantes. Elaborazioni su dati Ministero della
Salute, Collegio Ipasvi, OCSE
Secondo le stime dell’Ipasvi e dell’Ocse il
fabbisogno di nuovi infermieri da inserire nelle strutture
sanitarie (ad esclusione quindi degli operatori necessari
per l’assistenza domiciliare) nel 2004 è oscillato tra le
62.000 e le 99.000 unità. Nell’ipotesi massima il fabbisogno
è di 37 mila nel Nord (28 mila nel Nord Est, 9 mila nel Nord
Ovest), quasi 15 mila al Centro, 31 mila nel Sud e 14 mila
nelle Isole. A livello regionale le situazioni più critiche
si registrano soprattutto in Lombardia con un fabbisogno
pari a 12 mila nuovi infermieri e in Campania dove ne
mancano circa 10.000. Altre Regioni estremamente bisognose
di personale infermieristico specializzato sono la Sicilia e
il Piemonte con un ammanco rispettivamente di 7.700 e 7.500
nuovi infermieri. Situazioni difficili si registrano anche
in Calabria (-5 mila), Lazio (-4,6 mila), Puglia (-4,1
mila), Trentino Alto Adige (-3,5 mila) e Veneto (-3,2 mila).
La carenza di infermieri è talmente grave che
nel 2005 il governo ha emanato un decreto per autorizzare da
una parte la riassunzione degli infermieri andati in
pensione e dall’altra i contratti di lavoro a tempo
determinato di un anno o il pagamento, con tariffe libero
professionali, delle prestazioni extra-orario di chi è in
ruolo.
L’inserimento di medici stranieri
I medici stranieri in Italia sono
12.527 (dato del 2004), di cui le donne sono il 37% donne e
gli odontoiatri il 10,3%: la classe di età più rappresentata
è quella che va dai 41 ai 50 anni, mentre gli
ultrasettantenni maschi sono 514 e le femmine 112
(www.assimedici.it). Il loro numero tende ad aumentare in
misura minore rispetto a quello degli infermieri e, inoltre,
sempre a differenza di quanto avviene tra gli infermieri, è
composto in larga misura da comunitari o da persone
provenienti da paesi a sviluppo avanzato.
La metà dei medici stranieri
registrati all’Ordine si concentra in 4 regioni: Lazio e
Lombardia con poco più di 2.000 medici, seguite da Veneto ed
Emilia Romagna con poco più di 1.200. A livello di
capoluoghi Roma e Milano guidano la graduatoria e hanno
rispettivamente 1.855 e 1.035 medici.
Un medico straniero su due
proviene dall’Europa (47,8%), con una preponderanza di
medici di origine comunitaria e neocomunitaria (30,6%).
Seguono nella graduatoria i medici provenienti dall’America
(20,1%), dall’Asia (18,6%) e dall’Africa (12,7%).
Disaggregando i dati a livello di
nazioni di provenienza, guidano la classifica la Germania
(1.034), seguita dalla Svizzera (760), Iran (713), Francia
(649), Grecia (646) e Stati Uniti (602). In minor numero, ma
con più di 500 presenze, sono i medici venezuelani e
argentini, mentre coloro che provengono dall’ex Jugoslavia e
dalla Romania sono rispettivamente 437 e 389.
Rispetto alla percentuale di
soggiornanti stranieri per grandi aree territoriali e per
provenienze continentali si riscontro una presenza di medici
stranieri più alta o più bassa, ma queste variazioni sono in
linea generale di difficile interpretazione quando non si
conoscono con precisione tutte le dinamiche territoriali.
ITALIA. Medici stranieri: ripartizioni
territoriali di inserimento (2004)
|
Regione |
v.a. medici |
% ripartizione |
% totale
soggiornanti |
|
Ripartizione per aree territoriali |
|
Nord Ovest |
3.338 |
26,6 |
34,0 |
|
Nord Est |
3.248 |
25,9 |
25,3 |
|
Centro |
3.437 |
27,4 |
27,1 |
|
Sud |
1.668 |
13,3 |
9,9 |
|
Isole |
836 |
6,7 |
3,7, |
|
Totale |
12.527 |
100,0 |
100,0 |
|
Ripartizione per
continenti |
|
UE 25 |
3.829 |
30,6 |
47,3 |
|
Resto d'Europa |
2.149 |
17,2 |
|
Africa |
1.590 |
12,7 |
17,2 |
|
Asia |
2.328 |
18,6 |
18,6 |
|
America |
2524 |
20,1 |
20,1 |
|
Oceania |
107 |
0,9 |
0,9 |
|
Totale
|
12.527 |
100,0
|
100,0 |
L’inserimento degli infermieri
e di altri operatori sanitari stranieri
E’ in un contesto così
deficitario che gli infermieri stranieri stanno conoscendo
un aumento rilevante e sono passati negli ospedali da 2.612
nel 2002 a 6.730 nel 2005, così ripartiti per continenti di
provenienza: europei 69% (dei quali il 30% neo comunitari e
la restante quota di paesi non appartenenti all’UE),
americani (12,5%, per la maggior parte provenienti dal Sud
America), asiatici (12,2%), africani (6,6%) e immigrati
dall’Oceania (0,4%). Tutte le provenienze sono aumentate
numericamente e in particolare l’Europa (da 1.837 a 4.605
infermieri), mentre in termini percentuali gli europei sono
pressoché stabili, gli africani in diminuzione e gli
asiatici in aumento. Tra i paesi più rappresentati vanno
annoverati la Romania, la Polonia, la Romania e la Bulgaria
in Europa, il Perù, la Colombia, il Brasile in America
Latina, la Tunisia in Africa, l’India in Asia.
Se si vuole una stima della
presenza complessiva, bisogna tenere conto che l’Ipasvi
parla di 20.000 infermieri professionali stranieri operanti
in Italia non solo nelle corsie di ospedali ma anche negli
ospizi e nelle case di cura: è proprio dalle cliniche
private, dalle case di riposo e dagli istituti per anziani e
disabili non autosufficienti che provengono le maggiori
richieste di assunzione.
Nelle regioni del Nord, nelle quali sono
attivi almeno 8 mila infermieri stranieri, la presenza varia
anche da struttura a struttura con alcuni casi eclatanti: a
Torino la loro incidenza può salire al 60% dell'organico;
presso l’Ospedale maggiore di Trieste il 10% dell'organico è
proviene dalla Slovenia o da altri paesi della ex
Jugoslavia; invece, man mano che si scende lungo la
penisola, a partire da Firenze, le percentuali sono più
basse.
L’inserimento dall’estero ha
riguardato anche il settore ospedaliero privato, dove nel
2001-2004 si sono inseriti 700 infermieri europei e 250
tunisini (dati AIOP). Va anzi aggiunto che il settore
privato è più libero nel rispondere nel soddisfare il
fabbisogno di infermieri, mentre in quello pubblico il
turn over dei pensionati è stato consentito solo nel 50%
dei casi.
ITALIA.
Infermieri stranieri: continenti di provenienza (2002 e
2005)
|
|
2002 |
% |
2005 |
% |
Variaz. % 2002-05 |
|
UE |
16 |
0,6 |
1.989 |
29,6 |
12.331,3
|
|
Europa non
comunitaria |
1.821 |
69,7 |
2.616 |
38,9 |
43,7
|
|
Europa |
1.837 |
70,3 |
4.605 |
68,5 |
150,68 |
|
Africa |
366 |
14,0 |
443 |
6,6 |
21,0
|
|
Asia |
105 |
4,0 |
820 |
12,2 |
681,0 |
|
America |
302 |
11,6 |
838 |
12,5 |
177,5 |
|
Oceania |
2 |
0,1 |
24 |
0,4 |
1.100,0 |
|
Tot. infermieri non
comunitari |
2.596 |
99,4 |
4.741 |
70,4 |
82,6
|
|
Totale infermieri |
2.612 |
100,0 |
6.730 |
100,0 |
157,7
|
Fonte: Fonte Dossier
Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes. Elaborazioni su
dati IPASVI 2002 e 2005
La riflessione sullo stock degli
infermieri può essere completata con quella sui flussi
annuali, sia di infermieri che di altri operatori sanitari,
nel settore della sanità privata.
ITALIA. Assunzioni
annuali di non comunitari nel settore sanitario privato:
aree territoriali (2003-2004)
|
Aree |
2003 |
2004 |
|
|
Assunzioni |
Cessazioni |
Saldi |
Incidenza
s/a |
Assunzioni |
Cessazioni |
Saldi |
Incidenza s/a |
|
Per aree territoriali di insediamento |
|
Nord Ovest |
3.420 |
2.061 |
1.359 |
39,7 |
3.768 |
2.623 |
| |