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MANCANO 60MILA INFERMIERI, SOPRATTUTTO AL CENTRO-NORD

 

60 mila infermieri in meno rispetto al fabbisogno delle aziende sanitarie del centro nord. La recente rilevazione condotta dall’Ipasvi rappresenta una situazione problematica ed ancor più preoccupante se associata alle previsioni di ulteriore peggioramento  descritte dall’istituto.

 

Il buco delle aziende sanitarie è legato in parte a carenze rispetto alle piante organiche – circa 26.000 unità in meno rispetto alle esigenze riscontrate -  in parte alla mancanza di posti dal 1997 al 2005 nei corsi di laurea triennale - almeno altri 32-35mila -.

 

La gravità è accentuata dalla difficoltà di individuare soluzioni adeguate ed efficaci. Infatti i palliativi adottati hanno già sollevato  non pochi mugugni e determinato rilevanti disagi; in particolare si è ricorsi ad una massiccia importazione di operatori stranieri (6730 nuovi iscritti all’albo) ma "gli stranieri, -afferma  Annalisa Silvestro, presidente dell'Ipasvi - per motivi di lingua, ma

anche di formazione, hanno difficoltà a relazionarsi con alcune categorie di pazienti, come ad esempio gli anziani, che spesso parlano anche in dialetto".

 

L’alternativa sarebbe quella di ricorrere alla formazione di un numero di operatori sufficienti a coprire il fabbisogno reale, “però – continua la presidente - non cambierebbe molto, ci si trova infatti, di fronte a situazioni regionali in cui, per

motivi di budget, le assunzioni sono bloccate: dove li mandiamo a lavorare?”.

 

Sembrerebbe non esserci alternativa dunque rispetto al solito ricorso agli straordinari, che appesantiscono gli infermieri in servizio, mentre sul territorio i servizi languono. Il quesito sollevato dalla Presidente Silvestro appare quindi ancor più stringente: “Se servono risorse, perché ad esempio non risolvere anche la questione della pletora medica (i dottori d'Italia sono i più numerosi d'Europa e, forse, del mondo rispetto agli abitanti), per liberare un po' di fondi per le altre, necessarie, figure professionali?»”.

 

Per quanto riguarda invece la situazione formativa,  la programmazione dei corsi di laurea ha assegnato agli atenei una media di 4 5mila posti in meno ogni anno, dal 1997 al 2005, rispetto al fabbisogno indicato dalle categorie professionali. E se si dovesse rispettare lo standard Ocse di 6,9 infermieri ogni mille abitanti (da noi ce ne sono 5,4) ne servirebbero almeno 98mila in più.

 

Nonostante la carenza però,  il trend delle immatricolazioni ai corsi di laurea negli ultimi anni risulta essere in crescita: + 33% circa rispetto al 2000/2001, anche se i 13mila posti a bando lo scorso anno riescono a coprire in media non più dell'85,5% delle necessità. Il punto più debole del sistema è rappresentato dal Nord, dove le carenze riscontrate inducono a sperare almeno che i tanti studenti del Sud possano rispondere alle esigenze diffuse a livello territoriale.

 

Al tempo stesso si chiede un impegno serio da parte delle istituzioni. L’analisi condotta secondo cui la prima responsabile di una tale situazione sarebbe la formazione, ha già indotto a dare piena attuazione alle previsioni in merito alla formazione a distanza e lo scorso 10 febbraio è stato istituto dal Ministero dello Statuto un tavolo tecnico sulla carenza infermieristica tra enti locali, formativi e professionali.

 

Sono però da tener ben presenti le parole di Gennaro Rocco, vice presidente Ipasvi: "La soluzione - sottolinea - non è la formazione a distanza. C'è bisogno di pratica e tirocinio e questo non si fa davvero al computer. Altrimenti senza “pratica” a rimetterci saranno per primi i pazienti".

 

    

   

   16 Febbraio 2006

 

 

DALL'ARCHIVIO DI TERZAET@.COM


 

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