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Secondo
l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) la
popolazione residente in Italia al 31 dicembre 1999,
risultante dalle registrazioni degli 8100 comuni, è
pari a 57.679.955 unità di cui 28.003.302 maschi
(48,5%) e 29.676.653 femmine (51.5%). Il numero dei
nati vivi è risultato in aumento dell’8 per mille
rispetto all’anno precedente ma, in ogni caso,
negativo, confermando la tendenza degli ultimi anni.
Il
calo delle nascite da una parte e la riduzione della
mortalità dall’altra hanno determinato un aumento
progressivo della vita media, specialmente nelle
nazioni più progredite. I dati ISTAT evidenziano come
la "speranza di vita" della popolazione
italiana sia raddoppiata nel corso dell’ultimo
secolo, facendo attestare la vita media intorno ai 76
anni per gli uomini e agli 81 anni per le donne, e
come la popolazione ultrasessantacinquenne,
considerata quale popolazione anziana, sia
progressivamente aumentata rispetto alla popolazione
complessiva, passando dal 9,5% del 1961 al 15,3% del
1991, e come nelle proiezioni degli esperti sia
destinata a raggiungere e superare, nel corso dei
prossimi 20-25 anni, il 23% della popolazione totale.
La
longevità della popolazione anziana ed il conseguente
progressivo accentuarsi dell’incidenza degli anziani
sulla popolazione complessiva italiana va attentamente
valutata in relazione ai riflessi che tale fenomeno è
destinato ad assumere, sia in termini di condizioni
economiche e sociali della popolazione che, più
specificatamente, in termini di sviluppo e di
adeguamento dei servizi sociosanitari integrati per
gli anziani. Una conseguenza relativa alla diminuzione
della mortalità degli anziani è l’aumento del
periodo di vita che il soggetto trascorre come
invalido. L’età anziana, infatti, si accompagna
alla forte incidenza di multipatologie
croniche, e di disabilità che ne condizionano
fortemente i livelli di autosufficienza: il Piano
Sanitario Nazionale per il triennio 1998-2000
evidenzia come nella fascia degli anziani il 52% degli
uomini ed il 61% delle donne dichiarano almeno due
malattie croniche in atto. In Italia fino ad oggi le
famiglie, in particolare le donne al loro interno, si
sono occupate della cura dell’anziano ma negli
ultimi anni questo modello di "assistenza
familiare" sta scomparendo.
Il
Progetto Obiettivo Anziani (POA) del 1992 risponde
concretamente all’esigenza di un nuovo modello di
assistenza attento ai cambiamenti sociali e a quelli
determinati dall’invecchiamento della popolazione.
La finalità di questo Progetto è quella di
"definire modalità per individuare i bisogni
degli anziani, di fornire indicazioni per rispondere
ai bisogni individuati nel quadro delle risorse
finanziarie disponibili e per promuovere e facilitare
a livello locale l’integrazione dei servizi socio
assistenziali e sanitari; il tutto concepito e
organizzato in forma di risposta unitaria e globale,
con particolare attenzione alle persone non
autosufficienti".
Il
POA individua il nucleo centrale di coordinamento per
accedere ai diversi servizi territoriali predisposti
nelle Unità Valutative Geriatriche
(UVG). L’UVG
è un mezzo per realizzare l’integrazione tra i
Servizi Sociali e quelli Sanitari, come gruppo
multidisciplinare facente capo alla Unità operativa
di Geriatria.
Il
nucleo fondamentale della UVG è costituito, in
armonia con i suggerimenti dell’OMS e delle più
recenti esperienze internazionali in questo settore,
dal geriatra, dall’infermiere e dall’assistente
sociale. A questo nucleo di base si aggiungono,
stabilmente o in regime di consulenza, il neurologo, l’urologo,
l’ortopedico, l’oculista e lo psicogeriatra;
inoltre, in rapporto alle necessità, il terapista
occupazionale, il fisioterapista, l’audiologo, il
logopedista, il podologo ed il dietista. Le tre
figure principali analizzano le condizioni dell’anziano,
valutano i suoi bisogni, lo indirizzano verso i
servizi più idonei e lo seguono nel rapporto con i
servizi stessi. Tali servizi prevedono:
ASSISTENZA
DOMICILIARE INTEGRATA
L’ADI
si pone come servizio volto a soddisfare le esigenze
di tutti i soggetti di qualsiasi età che necessitano
di un’assistenza continuativa che può variare da
interventi esclusivamente di tipo sociale, (pulizia
dell’appartamento, invio di pasti caldi, supporto
psicologico, disbrigo di pratiche amministrative, etc.)
ad interventi misti socio-sanitari (assistenza
infermieristica, attività riabilitative, interventi
del podologo, etc.).
Il
centro ADI deve lavorare in stretta collaborazione con
il medico di medicina generale e con la UVG. In
particolare l’ADI è costituita da un complesso di
prestazioni mediche, infermieristiche, riabilitative,
socio-assistenziali rese al domicilio dell’ammalato.
Lo
staff sanitario sarà composto dal medico di base,
dagli infermieri di territorio, dai terapisti della
riabilitazione e da assistenti sanitari; quello
socio-assistenziale dagli assistenti sociali con
funzioni di coordinamento e di collegamento con altri
servizi, mentre l’aiuto pratico sarà assicurato
dagli assistenti domiciliari, ausiliari incaricati
della pulizia personale e delle faccende domestiche. E’
prevista naturalmente, secondo le necessità, la
presenza di altre figure come psicologo, medici
specialisti, podologo, assistente religioso e altri.
Gli
standard assistenziali minimi annuali che il servizio
ADI deve assicurare sono: 140 ore di assistenza
domiciliare di tipo socio-assistenziale (aiuto
domestico, pulizie personali, altre forme di
assistenza), 100 ore di assistenza infermieristica, 50
ore di assistenza riabilitativa, 50 accessi al medico
di medicina generale e 8 consulenze medico
specialistiche o di altri operatori. A tal fine il
personale di assistenza dovrà consistere di: 1
assistente domiciliare ogni 10 anziani, 1 infermiere
professionale ogni 14 anziani assistiti, 1 terapista
della riabilitazione ogni 50 anziani assistiti. Il
fabbisogno delle altre figure, essendo utilizzate
anche per altri servizi, è da determinare secondo
parametri di carattere generale.
OSPEDALIZZAZIONE
DOMICILIARE (OD)
Con
questo termine si intende l’effettuazione nel luogo
di vita del malato dei principali interventi
diagnostici e terapeutici normalmente fruibili in
ospedale, eventualmente integrati, per prestazioni
particolari, da una breve presenza nella struttura
sanitaria con accesso e trasporto facilitati.
Tra
i diversi interventi "home care" l’ospedalizzazione
a domicilio rappresenta quello a maggiore contenuto
sanitario dal momento che sostituisce il ricovero
ospedaliero per trattare malati destinati all’ospedale.
La
cura a casa del paziente prevede non solo la presenza
di familiari disponibili nonché preparati con brevi
corsi specifici, ma anche l’assegnazione di
attrezzature (erogatori di ossigeno, piantane per
fleboclisi, respiratori, etc.), di ausili per la
deambulazione e le funzioni fisiologiche, un
collegamento telefonico privilegiato con l’ospedale,
etc. al fine di evitare la permanenza in ospedale di
pazienti che necessitano di assistenza più che di una
terapia acuta con gli indubbi vantaggi psicologici che
questo comporta.
La
OD è prevista in media annua per una durata di 40
giorni a paziente, estendibili a 60, con 2 ore di
presenza infermieristica giornaliera, un passaggio
giornaliero, in media, del medico curante o del medico
ospedaliero e un collegamento permanente 24 ore su 24
con l’équipe ospedaliera preposta per situazioni di
emergenza che richiedono un intervento urgente.
RESIDENZA
SANITARIA ASSISTENZIALE (RSA)
La
RSA viene definita "una struttura
extraospedaliera finalizzata a fornire accoglimento,
prestazioni sanitarie, assistenziali e di recupero a
persone anziane prevalentemente non autosufficienti.
Presupposto per la fruizione delle RSA è la
comprovata mancanza di un idoneo supporto familiare
che consenta di erogare a domicilio i trattamenti
sanitari continui e l’assistenza necessaria".
Nella
RSA è prevista la contemporanea presenza di spazi per
le attività sanitarie e per la socializzazione al
fine di favorire il più possibile una vita attiva dei
ricoverati. Quindi la RSA si pone come struttura ponte
tra l’assistenza domiciliare e l’ospedale. La RSA
si viene a trovare in una posizione del tutto
particolare, simile a quella di strutture sanitarie
esistenti in altre nazioni, ma sostanzialmente diversa
da quella delle strutture residenziali
extraospedaliere per l’anziano attualmente presenti
in Italia come le case di riposo, le
case
albergo aventi per gran parte una valenza
esclusivamente sociale.
La
RSA per la prevalenza sanitaria del suo intervento
rientra, a differenza delle altre soluzioni
residenziali, nel comparto sanitario, ma per una sua
corretta organizzazione gestionale è necessario che
le attività svolte siano integrate con il comparto
sociale. A tal fine è prevista la collocazione
contigua alla RSA del Centro Socio-Sanitario, cioè di
un’area funzionale di servizi socio sanitari a ciclo
diurno aperta alla fruizione dell’anziano vivente in
comunità. E’ inoltre importante che avvenga una
stretta connessione funzionale tra la RSA e l’ospedale
di riferimento per facilitare il lavoro del gruppo
interdisciplinare che può garantire la dimissione
programmata e ridurre il numero dei ricoveri
ospedalieri impropri.
E’
compito delle Regioni promuovere, approvare i progetti
e vigilare sullo stato di realizzazione delle RSA, sia
di nuova costruzione, sia riconversioni di piccoli
ospedali.
Agli
ospiti delle RSA è assegnata una camera munita di
servizi igienici ripartiti in bagno ed antibagno per
consentirne un uso migliore da parte degli stessi e
del personale addetto alle pulizie. La camera è
dotata di tutti i comfort presenti nelle abitazioni
familiari ed è divisa al massimo con altre tre
persone.
Nelle
RSA è assicurata l’assistenza 24 ore su 24 da parte
del personale addetto che provvede ad aiutare gli
anziani non autonomi nelle faccende domestiche e nella
cura di sé, mentre gli aiuti sanitari sono assicurati
da infermieri, terapisti della riabilitazione e da
medici di famiglia, geriatri e altri specialisti.
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