Da oggi il fascicolo sanitario elettronico opererà a pieno regime in tutto Italia. L’obiettivo è quello di offrire a tutti i cittadini un’assistenza sanitaria digitale uniforme, tempestiva e accessibile in tutta Italia.
Cosa cambia per cittadini e strutture
A partire da oggi le Regioni e le strutture sanitarie hanno l’obbligo di rendere disponibili nel fascicolo tutti i documenti sanitari essenziali, tra cui:
- Referti e verbali di Pronto Soccorso.
- Lettere di dimissione e cartelle cliniche.
- Prescrizioni (farmaceutiche e specialistiche) e certificati vaccinali.
- Il “taccuino personale” e i dati sugli screening e le esenzioni.
Gli obblighi per le strutture (pubbliche e private):
In particolare per le strutture pubbliche e private sono tenute a rispettare i seguenti obblighi:
- Tempestività: I dati devono essere caricati entro 5 giorni dall’erogazione della prestazione.
- Tecnologia: Adeguamento agli standard del FSE 2.0 per garantire l’interoperabilità tra regioni e la massima tutela della privacy.
Un percorso lungo vent’anni
Quella di oggi è una tappa storica per un progetto iniziato quasi due decenni fa e che ha visto una forte accelerazione grazie al PNRR. I dati del monitoraggio ministeriale, che risale allo scorso settembre, però evidenziano un’Italia ancora a diverse velocità:
- Personale Sanitario: Mentre in Emilia-Romagna quasi il 100% dei medici è operativo sul sistema, in regioni come la Calabria (41%) e la Sicilia (57%) l’abilitazione degli operatori è ancora parziale.
- Servizi offerti: Nessuna Regione ha ancora raggiunto la copertura totale del “paniere” di oltre 40 servizi previsti dalla legge.
- Utilizzo dei cittadini: L’adozione rimane il punto debole. Tra luglio e settembre 2025 solo un italiano su tre ha consultato il proprio fascicolo sanitario, con picchi di eccellenza in Veneto (66%) e minimi critici in Basilicata e Sicilia (3%).
La sfida del consenso: Anche la condivisione dei dati resta un ostacolo culturale e burocratico. Il consenso alla consultazione vede una media nazionale del 44%, con un divario netto tra l’Emilia-Romagna (92%) e regioni come Abruzzo e Calabria, ferme al 2%.



