Di fronte a una crisi di vocazioni senza precedenti che colpisce il Nord Italia, il Presidente del Gruppo Quisisana analizza le cause dell’esodo del personale sanitario: “Non è solo una questione di stipendi, ma di qualità della vita. Il rischio è avere strutture vuote.”
La sanità d’eccellenza del Nord Italia si trova oggi ad affrontare una crisi senza precedenti. In Emilia Romagna, una delle regioni simbolo del sistema sanitario nazionale, la carenza di personale sta mettendo a dura prova la tenuta dei servizi. Tra reparti che riducono i posti letto e una cronica carenza di organico, il sistema rischia l’implosione. Nonostante l’abolizione del numero chiuso a Medicina e l’aumento dei posti per Infermieristica e OSS, il sistema è in sofferenza. A fare il punto della situazione è il Dott. Giuliano Fasolino, Presidente del gruppo Residenze Quisisana, realtà leader nel settore delle RSA in Emilia-Romagna e Toscana.
Il punto di rottura: Infermieri e OSS
Secondo Fasolino, il vero “anello debole” della catena, quello che rischia di far crollare il sistema non sono i medici, per i quali si vede una “luce in fondo al tunnel”, bensì gli infermieri e gli operatori socio-sanitari (OSS).
“C’è una sproporzione evidente,” spiega il Presidente. I numeri parlano chiaro: “A fronte di 65.000 posti per medici, abbiamo solo 18.000 posti per le lauree in scienze infermieristiche. È una carenza strutturale che ci trascineremo per anni.”
La fuga all’estero: non solo soldi, ma tempo
A pesare è anche la continua fuga di professionisti verso l’estero. Perché i nostri professionisti scelgono la Svizzera o il Nord Europa? La risposta, secondo Fasolino, va oltre il semplice aspetto economico, pur fondamentale.
- Qualità della vita: All’estero si offre “tempo”. Turni meno stressanti e un miglior bilanciamento tra vita e lavoro (work-life balance).
- Servizi alle famiglie: La presenza di asili nido aziendali e benefit strutturali rende le proposte estere imbattibili rispetto a un sistema italiano spesso ingessato.
Questo elemento, inoltre, si somma a un altro fenomeno preoccupante: l’abbandono della professione, anche senza emigrazione. Per Fasolino è necessario passare dalla logica della prestazione al valore della cura. “Un professionista soddisfatto e adeguatamente retribuito è un professionista che resta e su cui il sistema può contare”.
“I muri non curano, le persone sì”
Negli ultimi anni si sta puntando ad un potenziamento della sanità territoriale attraverso la creazione di case comunità previste dal PNRR. Ma Fasolino avverte: senza personale, il rischio è di costruire “scatole vuote”.
“I muri non curano, i professionisti sì,” incalza il Presidente di Residenze Quisisana. “Abbiamo già realtà strutturate sul territorio, come le RSA, che sono nate per gestire la fragilità. Bisogna mettere queste strutture in condizione di operare al di fuori delle proprie mura, integrandosi con il territorio, invece di cercarne di nuovi.”
La ricetta per il futuro: dal “Eroe” al “Professionista d’élite”
Per fermare l’abbandono della professione e la demotivazione, la strategia deve cambiare radicalmente. La proposta di Fasolino è provocatoria ma concreta: smettere di usare la retorica degli “eroi” per iniziare a trattare infermieri e OSS come professionisti d’élite.
“Dobbiamo curare la demotivazione passando dalla semplice ‘erogazione della prestazione’ al valore della cura,” conclude Fasolino. “Un professionista ben retribuito e soddisfatto è un valore per l’azienda e una garanzia per il paziente. Serve garantire loro una casa, servizi e uno status economico adeguato al loro ruolo sociale. Solo così potremo evitare che il nostro sistema sanitario, pubblico e privato, diventi un guscio privo di anima.”



