Dal 1 gennaio 2026 sono entrati in vigore le nuove regole su stipendi, contributi e benefit aziendali. A chiarirlo è l’Inps, che con la circolare n. 6 del 30 gennaio 2026 ha fissato i nuovi valori del minimale contributivo validi per l’anno in corso. Numeri che incidono direttamente sulla maturazione dei contributi e, di conseguenza, sul diritto alla pensione.
Con retribuzioni mensili molto basse, arrivare alla pensione di vecchiaia a 67 anni diventa tutt’altro che scontato. Il nodo centrale riguarda il meccanismo con cui l’Inps riconosce le settimane contributive. Affinché una settimana di lavoro venga considerata “piena” ai fini pensionistici, la retribuzione deve superare una soglia minima. Se lo stipendio settimanale è inferiore, quella settimana viene conteggiata solo in parte, allungando di fatto il percorso verso i 20 anni di contributi richiesti per la pensione di vecchiaia.
Il nuovo minimale Inps per il 2026
Per il 2026 il trattamento pensionistico minimo è pari a 611,85 euro mensili. Su base giornaliera, il minimale di retribuzione è stato aggiornato a 58,13 euro. Anche quando lo stipendio effettivo o quello previsto dal contratto è più basso, i contributi devono comunque essere calcolati su questa soglia minima, con l’obiettivo di garantire una base contributiva adeguata. Questo cosa comporta? Anche se un lavoratore guadagna meno, i contributi previdenziali non possono essere calcolati al di sotto di tale importo. L’azienda è tenuta a versarli partendo da questa soglia minima.
Perché gli stipendi bassi penalizzano la pensione
I contributi servono per costruire la pensione, per cui se la retribuzione mensile resta stabilmente sotto i 1.000 euro lordi, non si riesce a raggiungere il minimo previsto. In questi casi, pur lavorando per dodici mesi, non vengono accreditate tutte le 52 settimane contributive previste in un anno. Il risultato è che ogni anno di lavoro “vale” meno di un anno ai fini pensionistici.
Nel tempo, questo sistema produce un effetto cumulativo. Se le settimane accreditate sono inferiori a quelle effettivamente lavorate, per raggiungere le 1.040 settimane necessarie alla pensione di vecchiaia occorrerà lavorare più a lungo, andando oltre i 67 anni di età.
Esempi concreti: quanto si allunga la carriera
Cerchiamo di capire l’impatto reale di queste regole.
Un lavoratore che percepisce 800 euro al mese, pari a 9.600 euro l’anno, si vede riconoscere circa 39 settimane contributive all’anno. In questo scenario, per arrivare ai 20 anni di contributi non bastano due decenni di lavoro, ma ne servono oltre 26.
La situazione peggiora ulteriormente con stipendi ancora più bassi. Con una retribuzione di 600 euro al mese, cioè 7.200 euro annui, le settimane accreditate scendono a circa 29 all’anno. In casi simili, spesso legati a rapporti part-time o discontinui, per maturare il requisito minimo dei 20 anni potrebbero essere necessari più di 35 anni di lavoro.
Il rischio concreto
In parole povere, guadagnare poco non significa solo avere uno stipendio ridotto nel presente. Significa anche accumulare contributi più lentamente e rischiare di arrivare all’età pensionabile senza i requisiti necessari. Tale meccanismo silenzioso, ma decisivo, rende la pensione a 67 anni un traguardo sempre più distante per chi vive di salari bassi e carriere frammentate.



