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NotizieLa doppia vita di Carmelo Cinturrino: pizzo, droga e protezioni

La doppia vita di Carmelo Cinturrino: pizzo, droga e protezioni

L’inchiesta è ancora in fase iniziale, come hanno ribadito gli investigatori durante la conferenza stampa, ma i primi elementi emersi sono tutt’altro che rassicuranti. Gli accertamenti non si fermeranno davanti a nessuno. Nella mattinata del 23 febbraio, l’assistente capo Carmelo Cinturrino, 41 anni, è stato fermato dagli uomini della Squadra mobile mentre stava entrando al commissariato di Mecenate per prendere servizio. È gravemente indiziato dell’omicidio volontario di Mansouri Abderrahim, avvenuto il 26 gennaio nel parco di Rogoredo.

Le indagini hanno fatto emergere le due facce del poliziotto milanese. Da un lato, il suo curriculum impeccabile: una carriera lunga, una lode ricevuta nel 2015 per un’operazione di servizio, nessuna sanzione disciplinare. Dall’atro, l’inchiesta ha fatto emergere il lato oscuro di Cinturrino. Dopo perquisizioni approfondite nel suo ufficio e nell’abitazione della compagna, nell’area metropolitana milanese, per Cinturrino si sono aperte le porte del carcere di San Vittore. Nelle prossime ore sarà interrogato dai pubblici ministeri.

Secondo quanto riportato dagli investigatori, l’uomo per anni avrebbe avuto una doppia vita. Per i colleghi era Carmelo: vita normale, la passione per il Milan e le partite sugli spalti di San Siro, i viaggi nella sua Sicilia. In altri ambienti, invece, si faceva chiamare “Luca”, il nome con cui era conosciuto negli ambienti dello spaccio. L’ipotesi è che avesse instaurato rapporti illeciti per ottenere denaro e sostanze stupefacenti, intervenendo con durezza selettiva contro chi non si adeguava alle sue condizioni. All’interno del commissariato, però, l’immagine era quella di un agente deciso e operativo, mai formalmente messo in discussione fino a tempi recenti.

Nel quartiere di Rogoredo era conosciuto con un soprannome che richiamava la mitologia nordica: “Thor”. Il nomignolo derivava dall’abitudine di andare in giro armato di un martello, strumento che, secondo diverse testimonianze, avrebbe utilizzato per colpire tossicodipendenti e frequentatori della zona. Le descrizioni raccolte parlano di un comportamento aggressivo, scatti d’ira e modalità operative ben oltre i limiti consentiti. In questura, da tempo, circolavano voci su di lui, definito da alcuni un poliziotto “chiacchierato”.

Uno degli aspetti più gravi emersi dall’indagine riguarda il clima di timore che avrebbe generato anche tra i colleghi. Tre giovani agenti, inizialmente coinvolti nella ricostruzione di una presunta legittima difesa con il posizionamento di un’arma vicino al corpo della vittima, hanno poi raccontato agli inquirenti la paura che nutrivano nei suoi confronti. Uno di loro ha dichiarato di aver temuto che potesse sparargli durante un inseguimento. Elementi che hanno indotto i magistrati a ritenere sussistente un concreto pericolo, motivando così la misura cautelare in carcere.

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