Per molto tempo la menopausa è stata considerata una fase naturale della vita lasciata alla gestione individuale delle donne. Oggi, però, sembra che qualcosa stia cambiando. Negli Stati Uniti la menopausa è diventata una nuova frontiera della salute femminile, tra ricerca, formazione dei medici, nuovi servizi e importanti investimenti.
Nel mese di giugno 2026 Pivotal, l’organizzazione fondata da Melinda French Gates, ha destinato 10 milioni di dollari alla Menopause Society per la formazione dei medici e per migliorare l’accesso alle cure. Gates ha invocato una vera e propria “rivoluzione della menopausa”, mettendo in evidenza il fatto che milioni di donne continuano ad affrontare questa fase della vita con informazioni insufficienti e assistenza inadeguata.
Anche sul fronte della terapia ormonale l’approccio sta cambiando. Nel febbraio 2026 la FDA ha rivisto alcune indicazioni di sicurezza relative a specifici prodotti, sottolineando la necessità di valutare benefici e rischi sulla singola donna, considerando età, condizioni di salute e tempo trascorso dalla menopausa.
Questo non significa che la terapia ormonale sia adatta a tutte. Significa, piuttosto, superare una visione basata su timori generalizzati e puntare su una valutazione individuale.
E in Italia?
Nel nostro Paese sono circa 17 milioni le donne in menopausa e ogni anno altre 450.000 entrano in questa fase della vita. Pur non trattandosi di una patologia, le conseguenze fisiche e psicologiche sono spesso incompatibili con il lavoro, divenendo la seconda causa di abbandono di lavoro dopo la maternità. A rivelarlo è il Ministero della Salute che ha presentato, al convegno “Menopausa” tenutosi da poco, dati davvero preoccupanti. A far emergere il fenomeno finora poco conosciuto è Maria Rosaria Campitiello, capo del dipartimento della Prevenzione, Ricerca e Emergenze Sanitarie del Ministero.
La Campitiello mette in evidenza non solo le carenze del welfare occupazionale in Italia, ma riporta al centro il ruolo del Servizio Sanitario Nazionale, rafforzando l’assistenza sul territorio e creando una rete capace di offrire alle persone una presa in carico completa e continuativa. Servirebbero dei percorsi multidisciplinari per aiutare le donne, a partire dalla prevenzione oncologica, ma anche strutture idonee con servizi igienici a disposizione. Accorgimenti basilari che semplificherebbero molto la vita delle donne in menopausa.
I dati mostrano che molte donne non si rivolgono ai servizi sanitari per affrontare i disturbi della menopausa. Un’indagine italiana aveva rilevato che circa la metà delle intervistate non aveva chiesto aiuto al SSN e che solo il 7,6% utilizzava una terapia ormonale.
Il problema, quindi, non è soltanto avere le conoscenze. È riuscire a trasformarle in un percorso accessibile.
Cosa fare?
La risposta potrebbe essere una rete già inserita nel SSN: medico di famiglia, consultori, Case della Comunità, ginecologi e specialisti, quando necessari, insieme a prevenzione, supporto psicologico e sessuologico e telemedicina. L’obiettivo non deve essere trasformare la menopausa in una malattia da curare a tutti i costi. Ma nemmeno continuare a considerarla un problema privato che ogni donna deve affrontare da sola.
Gli Stati Uniti stanno investendo molto sulla menopausa. L’Italia potrebbe scegliere una strada diversa: farne una parte strutturale della prevenzione e della medicina di genere del SSN. Perché 17 milioni di donne non sono un tema di nicchia. Sono una questione di sanità pubblica.



