L’Italia continua a invecchiare rapidamente portando pian piano il sistema dell’assistenza agli anziani fragili al collasso. Il problema non è solo sanitario ma riguarda un cambiamento strutturale che investe economia, organizzazione sociale e modelli abitativi. Secondo l’ottavo Rapporto elaborato dall’Osservatorio Long Term Care del Cergas SDA Bocconi, in Italia vivono più di quattro milioni di anziani over 65 in condizioni di non autosufficienza, spesso legate a patologie come Alzheimer, Parkinson o agli esiti di ictus. Un numero destinato ad aumentare progressivamente, mentre gli investimenti pubblici per l’assistenza a lungo termine continuano invece a diminuire: nel 2024 la spesa si ferma all’1,18% del Pil, contro l’1,43% registrato nel 2020. Tradotto dal linguaggio tecnico: sempre più bisogni, sempre meno copertura pubblica.
Il Rapporto, presentato a Milano, mette in evidenza un modello di welfare con forti limiti strutturali. Rimangono invariati i posti nelle Rsa, nonostante la domanda crescente, mentre per quanto riguarda l’assistenza domiciliare integrata, ha ampliato la platea dei beneficiari ma a discapito delle ore dedicate a ciascun paziente. Si è passati dalle 18 ore del 2019 alle 14 del 2023. Nel frattempo, oltre un milione di assistenti familiari rappresentano ancora il principale sostegno concreto per moltissime famiglie italiane.
Le indennità di accompagnamento assorbono oltre la metà della spesa pubblica destinata alla long term care, circa il 52%, ma secondo gli esperti queste risorse non riescono a trasformarsi in servizi realmente innovativi o strutturati. A pesare è anche il forte squilibrio territoriale: nelle Rsa della Provincia autonoma di Bolzano i posti disponibili coprono circa il 29% del fabbisogno, mentre in regioni come Campania e Sardegna si arriva appena all’1%. Una differenza che sembra quasi una lotteria geografica della fragilità.
Il profilo degli ospiti delle strutture residenziali è inoltre sempre più complesso: l’età media di ingresso è di 84 anni, la permanenza supera mediamente i 340 giorni e circa il 60% degli anziani presenta disturbi cognitivi. A questo si aggiunge il problema economico. Secondo Federazione Alzheimer Italia, le rette delle residenze continuano ad aumentare e possono raggiungere i 3mila euro mensili. Una cifra che per molte famiglie equivale a scegliere tra assistenza e sostenibilità economica. Elegante sistema di welfare, bisogna riconoscerlo.
Sul fronte istituzionale è in discussione il nuovo Piano nazionale per la non autosufficienza 2025-2027, attualmente all’esame della Conferenza Unificata Stato-Regioni. Il provvedimento prevede uno stanziamento di quasi tre miliardi di euro in tre anni e introduce alcune novità, tra cui la distinzione tra persone con disabilità under 70 e popolazione anziana, oltre a criteri Isee più ampi per consentire l’accesso ai servizi anche a nuclei familiari non considerati formalmente poveri ma gravati da situazioni di grave disabilità.
Lo studio del Cergas guarda anche oltre i confini italiani, analizzando 79 esperienze internazionali considerate innovative. Tra queste emergono modelli abitativi pensati per l’invecchiamento attivo e assistito: dagli appartamenti con servizi integrati dei Paesi Bassi alle comunità multigenerazionali svedesi, fino ai piccoli nuclei residenziali danesi dedicati alle persone con demenza e inseriti direttamente nel tessuto di quartiere.
Grande attenzione viene dedicata anche all’utilizzo delle tecnologie digitali nell’assistenza, con strumenti orientati alla prevenzione, al monitoraggio della salute e a una gestione più flessibile e personalizzata dei servizi. Come sottolinea Elisabetta Notarnicola, coordinatrice dell’area Social Policy del Cergas SDA Bocconi, la vera sfida non riguarda soltanto le risorse economiche disponibili, ma soprattutto la capacità di ripensare i modelli organizzativi e costruire sistemi realmente centrati sulla persona. Concetto rivoluzionario nel 2026: mettere il cittadino al centro invece della burocrazia.



