Alberto Trentini e Mario Burlò sono rientrati in Italia dopo essere stati liberati da una lunga detenzione in Venezuela, durata oltre quattordici mesi. Il cooperante veneto e l’imprenditore torinese erano rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo 1, a Guatire, a circa 45 chilometri da Caracas. La loro scarcerazione è avvenuta lunedì 12 gennaio, in modo del tutto inatteso.
Come ha raccontato Trentini, il rilascio non è stato preceduto da alcun avviso. Una volta incontrato l’ambasciatore italiano, la prima richiesta è stata quella di poter fumare una sigaretta, seguita immediatamente dal desiderio di contattare la propria famiglia.
Prima di lasciare il carcere, entrambi sono stati fatti cambiare e rasare. Trentini indossava una maglietta rossa, Burlò una azzurra, con jeans per entrambi. All’arrivo in ambasciata, Alberto portava occhiali non adatti alla sua vista, rimediati durante la detenzione. In cella non gli era consentito leggere libri o giornali: l’unico testo a disposizione era una Bibbia in lingua spagnola.
I segni della prigionia sono apparsi evidenti, soprattutto su Burlò, arrestato il 10 novembre 2024, pochi giorni prima di Trentini. Affetto da ipertensione e diabete, ha perso quasi trenta chili. Nel corso dei mesi trascorsi in carcere, il sostegno reciproco tra i due connazionali è stato fondamentale per affrontare la durezza della detenzione.
Il ritorno alla libertà non ha però coinciso subito con il ritorno alla normalità. La prima notte trascorsa all’ambasciata italiana di Caracas è stata difficile per entrambi. Nonostante letti veri e ambienti confortevoli, il corpo e la mente faticavano ad adattarsi dopo mesi vissuti in celle di quattro metri per due, su brande a castello, scandite dall’appello delle guardie alle cinque del mattino. Un’abitudine così radicata da farli svegliare anche all’alba, ormai liberi ma ancora profondamente segnati dall’esperienza vissuta.



