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Socio-SanitarioIl futuro dell'assistenza agli anziani: tra domiciliarità e residenzialità

Il futuro dell’assistenza agli anziani: tra domiciliarità e residenzialità

L’invecchiamento della popolazione con conseguente aumento delle patologie croniche e della non autosufficienza, la trasformazione delle famiglie e crescente solitudine delle persone anziane stanno alimentando una profonda riflessione sul futuro dell’assistenza sociosanitaria italiana. Il dibattito non riguarda solo la carenza di posti letto nelle RSA o il rafforzamento dell’assistenza domiciliare, ma il modello di presa in carico che il nostro Paese intende adottare per garantire il diritto alla cura delle persone più fragili.

Negli ultimi giorni questo tema è tornato al centro dell’attenzione grazie al confronto a distanza tra Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, che è intervenuto sul quotidiano La Stampa e Sebastiano Capurso, presidente nazionale di Anaste, l’associazione che rappresenta le strutture private dedicate all’assistenza degli anziani e delle persone non autosufficienti.

Nel suo intervento, Monsignor Paglia ha ribadito la necessità di sostenere le persone anziane e i disabili a casa propria, sostenendo la necessità di superare un modello eccessivamente basato sulla residenzialità. Secondo il prelato, la casa dovrebbe diventare il luogo privilegiato della cura, attraverso un’assistenza sempre più continuativa, integrata, personalizzata e capace di accompagnare la persona nel proprio ambiente di vita, evitando, quando possibile, il ricovero nelle RSA.

Secondo l’associazione di categoria Anaste, il tema non può essere affrontato semplicemente contrapponendo due modelli di assistenza che sono chiamati a integrarsi. Capurso ha specificato, infatti, che assistenza domiciliare e RSA rispondono a bisogni differenti e riguardano persone che presentano livelli di complessità assistenziale profondamente diversi. La domiciliarità rappresenta certamente la soluzione preferibile quando le condizioni cliniche e il contesto familiare lo consentono; le Residenze Sanitarie Assistenziali, invece, diventano indispensabili quando la non autosufficienza raggiunge livelli tali da richiedere un’assistenza sanitaria, infermieristica e sociosanitaria continuativa, difficilmente garantibile all’interno dell’abitazione.

Il confronto tra le due posizioni offre lo spunto per una riflessione più ampia sul ruolo delle RSA all’interno del sistema di welfare. Queste strutture non costituiscono semplicemente un’alternativa al domicilio, ma rappresentano uno degli anelli fondamentali della rete dei servizi dedicati alla non autosufficienza. Al loro interno vengono accolte persone affette da patologie croniche complesse, demenze, gravi disabilità e pluripatologie che necessitano di una presa in carico multidisciplinare, di assistenza sanitaria continuativa e di un monitoraggio costante, spesso non realizzabile in ambito domestico.

La crescente longevità della popolazione rende evidente come il sistema assistenziale italiano non possa essere costruito su un’unica risposta. La complessità dei bisogni richiede una rete articolata, nella quale assistenza domiciliare, servizi territoriali, centri diurni e Residenze Sanitarie Assistenziali operino in modo complementare, accompagnando la persona nelle diverse fasi della fragilità.

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